Mese: ottobre 2015

Ma siamo sicuri che le sanzioni funzionino?

Io c’ero quando, a metà dicembre 2014, la tempesta perfetta si è abbattuta sul rublo. Ero a San Pietroburgo e ricordo che fra amici avevamo la sensazione di star vedendo la storia. I prezzi venivano tolti dalle vetrine dei negozi e tutto era all’asta. I pomodori costavano 200 rubli al kilo la mattina, 400 la sera. Nei negozi Apple, assaliti da clienti internazionali che volevano l’iphone 6 a metà prezzo grazie alla straordinaria rivalutazione delle loro valute, si spargevano bigliettini scritti a penna con prezzi arbitrariamente alzati dal venditore che passava al telefono più tempo di un agente di borsa. Le sanzioni avevano colpito la Russia in un momento difficile: il prezzo del petrolio era sceso intorno ai 60 dollari al barile, i prezzi salivano a vista d’occhio e l’economia russa entrava ufficialmente in recessione. Isolata dal credito internazionale ed esclusa dalle conferenze intergovernative, la Russia, rea di aver annesso la russissima Crimea dopo un colpo di stato a Kiev, si preparava ad uno scontro con l’Occidente senza precedenti dal crollo dell’Unione Sovietica.

Ma al cittadino russo importa poco dei numeri e nonostante l’amore per i prodotti occidentali, le sanzioni non hanno e non avranno effetto. Certo è divertente aggirarsi per i supermercati e contare la quantità di riferimenti all’Europa. Ne ho appuntati alcuni. Sul latte in polvere ed il caffe spesso si trova scritto “qualità europea”. Il caffè istantaneo, tipo Nescafé, ma russo, richiama “le mattine a Parigi”. La passata di pomodoro è “buonissima”, e la marca locale di pasta annuncia che è proprio cosi che mangia “la vera Italia”.

Sembrerebbe, dunque, semplice: peggiorare gli indicatori macroeconomici, stimolando così contro-sanzioni da parte del governo russo è sufficiente a causare una rivolta anti Putin e, quindi, un riallineamento alla visione del mondo di Washington e Bruxelles. Orfani dell’olio Cuore, i russi si sarebbero ribellati al tiranno. Eppure, a più di un anno dalla messa in atto delle sanzioni (e dalle  dolorose contro sanzioni) Putin tocca il picco più alto di popolarità mai registrato, interviene con mano ferma in Siria e sfida apertamente l’Occidente con un discorso ad Ottobre “che non le manda a dire” all’assemblea delle Nazioni Unite.

L’Europa e l’America non capiscono fino in fondo che la Russia, prima di essere un Mercato, è una Patria.                                                                                                             Non importa quanto la Russia si avvicini all’Europa, quanto la scimmiotti, quanto la ammiri: la Russia resta sempre Russia. Si pensi alla campagna militare di Napoleone del 1812. La classe dirigente russa e gli alti ranghi dell’esercito erano talmente esposti all’influenza della Francia che non solo parlavano francese meglio del russo, ma addirittura, durante la guerra, gli ufficiali russi erano vestiti come gli ufficiali francesi. Questo creava non pochi problemi, e succedeva perfino che ufficiali russi finissero crivellati dai colpi dei propri soldati. I generali e ufficiali russi allora, per rendersi riconoscibili dai francesi, non trovarono altra soluzione che smettere di radersi. Con la barba tornò a poco a poco la lingua russa e l’idea del popolo russo come popolo eletto, benedetto da Dio. Soldati semplici e ufficiali trovarono un sangue comune, e istituirono legami che andavano oltre le divisioni in classi sociali e che alla fine della guerra avrebbero dato origine al movimento Decabrista il cui fallimento gettò il seme della rivoluzione di Ottobre.

Il popolo russo, se vuole, può soffrire pene indicibili, e non c’è argomento più convincente per esso che farlo in nome della terra russa. Nessuna sanzione eguaglierà mai la carestia indotta dall’assedio di Leningrado, protrattosi per 900 giorni ad opera dei tedeschi, assedio ancora fresco nelle menti e nell’identità di Pietroburgo, definita “citta eroe” dal governo Russo.

Le immagini che circolano in rete, sui social networks, si fanno grandi beffe delle sanzioni e sostengono le contro sanzioni che, come noto, hanno colpito soprattutto i prodotti agricoli e caseari. Dalla bella ragazza in vestiti etnici che assicura che le mele russe sono più dolci di quelle polacche, all’orso che si prepara alle sanzioni con vodka, fucile e balalaika, il sentimento di scherno è chiarissimo.

“Krasnodar (una regione della Russia) è più dolce della Polonia”

“Aspettiamo le sanzioni”

Non solo: le sanzioni stimolano la fantasia dei Russi più dei libri di Gogol’. In molti ristoranti al cliente è offerto il Menu Sanzioni, un copioso susseguirsi di pietanze fatte di prodotti russi, serviti con una particolare strizzatina d’occhio all’avventore occidentale. Immensi cartelloni pubblicitari sostengono che “la felicità non è da cercarsi nel parmigiano”, mentre un agente immobiliare approfitta e per vendere più dache dicendo che “è tutto legno russo”. E mentre loro se la ridono, l’ Austrian Institute of Economic Research di Vienna, come riportato da Newsweek, stima che l’Unione Europea debba calcolare un danno complessivo all’economia di oltre 100 miliardi di Euro. Con circa 465,000 posti di lavoro persi nella sola Germania, 335,000 in Polonia e 215,000 in Italia. Oltre la beffa, il danno. Sarebbe meglio agire in fretta e riprendere i commerci prima che i russi si convincano che la pasta russa è più buona di quella italiana.