Mese: novembre 2015

Henry Kissinger: la Russia va integrata non combattuta, chi non capisce ne pagherà le conseguenze

Traduciamo parte della lunga intervista a Henry Kissinger apparsa ad Agosto su The National Interest. Sulla Russia, Kissinger mette in guardia i falchi del governo americano: la Russia  è una grande potenza e va integrata, chi vuole combatterla ne pagherà le conseguenze.


Heilbrunn: Come pensa che gli Stati Uniti e l’Europa possano uscire dall’impasse in Ucraina?

Kissinger: Il problema per gli Stati Uniti non e’ uscire dall’impasse, ma risolverlo in un modo proficuo per l’ordine internazionale. Una serie di cose vanno capite. Primo, la relazione tra l’Ucraina e la Russia avrà sempre un carattere speciale nella mente russa. Non potra mai essere limitata ad una relazione fra due stati sovrani qualsiasi, non dal punto di vista russo almeno e forse nemmeno da quello ucraino. Quindi, quello che succede in Europa non si puo risolvere con formule e principi applicabili nell’Europa Occidentale, non in luoghi così vicini a Mosca e Stalingrado. In questo contesto va capito perché la crisi è cominciata. Non è possibile che Putin spenda sessanta miliardi di euro per trasformare un resort estivo in un villaggio olimpico, per poi cominciare una campagna militare dopo una settimana dalla cerimonia finale che presentava la Russia come parte della civilizzaione occidentale.                                                                                               Allora perché è nata la crisi? Ho incontrato Putin alla fine del novembre 2013. Ha parlato di diverse cose. Ha parlato dell’Ucraina solo alla fine, dicendo che era un problema economico che la Russia avrebbe risolto con tariffe e prezzo del petrolio. Il primo errore è stata la condotta avventata dell’Unione Europea. Non hanno capito le implicazioni di certe loro azioni. Da un lato la politica interna ucraina aveva reso impossibile per Yanukovich accettare gli accordi europei ed essere rieletto allo stesso tempo, dall’altro per la Russia era impossibile vedere la questione in puri termini economici. Quindi il presidente ucraino ha rifiutato le condizioni dettate dall’Unione Europea. Gli europei sono stati presi dal panico e Putin ha pensato che il momento fosse adatto per fare quello che aveva sempre voluto fare. Ha offerto 15 miliardi di dollari per fare entrare l’Ucraina nell’Unione doganale Euroasiatica. In tutto ciò l’America è restata a guardare. Non c’è stata alcuna discussione significativa con la Russia o con l’Europa su quello che stava succedendo. Ognuno agiva razionalmente, ma senza capire l’altra parte, mentre l’Ucraina scivolava nella rivolta di Maidan, proprio quando Putin stava per raccogliere i frutti del suo lavoro decennale per ridare alla Russia un nuovo status. Certo che Mosca non poteva fare altro che vedere l’Occidente come uno sfruttatore di quella che doveva essere una festa russa, per portare invece l’Ucraina fuori dall’orbita russa. E allora Putin ha cominciato a comportarsi come uno zar, come un Nicola I più di un secolo fa. Non sto discutendo le sue tattiche, le piazzo solo in un contesto…se noi trattiamo la Russia come una super potenza allora dobbiamo adesso cominciare a capire come i suoi interessi sono conciliabili con le nostre necessità.  Dobbiamo esplorare la possibilità di un territorio non militarizzato fra Russia e le odierne frontiere della NATO. L’Europa esita a occuparsi della Grecia. Sicuramente non si occuperà dell’Ucraina da sola. Per cui ci vuole una cooperazione tra l’Occidente e la Russia, in un’ Ucraina non allineata.  La crisi ucraina sta diventando una tragedia perche si confonde un obiettivo di lungo termine, l’ordine globale, con uno di breve termine, l’identità ucraina odierna. Io sono per un’ Ucraina indipendente, nei suoi confini odierni. Lo dico dal 1991. Quando si legge oggi che gruppi musulmani combattono per conto dell’Ucraina si capise come si sia perso il contatto con la realtà.

Heilbrunn: E’ un disasto, ovviamente.

Kissinger: Per me si. Significa che indebolire la Russia è diventato un obiettivo, quando bisognerebbe integrarla.

Heilbrunn: Eppure assistiamo ad un ritorno, almeno a Washington, di falchi neoconservatori e liberali che sono determinati a “spezzare la schiena” alla Russia.

Kissinger: Fino a che non ne pagheranno le conseguenze. Il problema con le guerre americane dal 1945 ad oggi, è stata unire una strategia a cio che era possibile fare. Le cinque guerre che abbiamo combattuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono tutte cominciate con grande entusiasmo. Ma i falchi non hanno mai vinto alla fine. Alla fine erano una minoranza. Non dovremmo cominciare un conflitto se non siamo capaci, dall’inizio, di dichiararne lo scopo e se non siamo in grado di sostenere lo sforzo necessario per arrivare a quello scopo.

Heilbrunn: Ma continuiamo a fare gli stessi errori.

Kissinger: Perche ci rifiutiamo di imparare dagli errori. Perche siamo essenzialmente un popolo astorico. Non si insegna piu oggi la storia come una sequenza di eventi oggi nelle scuole. Ci sono solo argomenti senza contesti.

Henry Kissinger

Henry Kissinger

Press Review 5/11/15

Fresh News form the Russian Press


Kommersant’

-Russia adds to the talks in progress on Syria                                                 Kommersant’ got a list of the rappresentatives of Syrian opposition that, according to Moscow, should be included in the settling of the civil war. At the end of a week of discussions in Vienna, the head of the foreign ministry of the Russian Federation, Sergei Lavrov, gave the list to his colleagues from the USA, Saudi Arabia and Turkey. The next step shoud be now to make all the international representatives vote on the candidates and to reach of an an agreement on whom, amongst the participants in the Syrian war must be considered a terrorist. It will not be easy to get to that as it won’t be easy to find an agreement between the Syrian power and the military opposition on the incoming elections under the surveillance of the UN.

-John Kerry invited Moscow and Beijing to join the Transatlantic Partnership.      Leaving from his visit in Kazakhstan, secretary of state John Kerry did a list of important announcement, regarding a cooperation with Moscow. More precisely he assured that the United States are ready to enlarge the cooperation with Russian forces in Siria and proposed to Moscow and Beijing to join the Transatlantic Partnership.

 -Americans intelligence saw the terrorist attack on Board the Airbus A321.        Suspects of a terrorist attack increase after intercepting conversation among terrorists

The causes of the Airbus 231 tragedy remain uncertain (photo Kommersant')

The causes of the Airbus 231 tragedy remain uncertain (photo Kommersant’)


Novaya Gazeta

-Al-Qaeda urged terrorists to join forces against Russia                                                        Al-Qaeda’s leader, Ayman al-Zawahiri urged his allies to stop the internal fight and to oppose the West and Russia in relations to the facts happening in Siria and Iraq. The head of the fighters ordered to a cooperation between Al-Qaida and the Islamic State, and this was the first announcement of such a kind, from the Islamic State leader.

Crimea, the hole in your wallet. Crimean authorities found a new appetite for budget donations                                                                                                                  Comparing the 2013 budget, when Crimea was part of Ukraine, with the 2015 budget, when the process of integration of Crimea with Russia has been completed, it is possible to reach one important conclusion: the level of funds has increased sharply even if taxes did not increase

-“Ukraine betrayed us”

People from Sevastopol marching on the 4th November explain to our correspondent why did they change passport one and half year ago.

People Marching in Sevastopol, Crimea, yesterday. (Novaya Gazeta)

People Marching in Sevastopol, Crimea, yesterday. (photo Novaya Gazeta)


Rossijskaya Gazeta

-Central Bank diminished the value of Euro of one and a half Rouble                                The value of the Euro diminished of 1,55 rouble- now its 68,82 Roubles and the dollar lost value for 45,3 Kopecks- now its 63,39 Roubles

-Putin is ranked the most influential leader on earth for the third time                           In the Kremlin people were not surprised that Putin leads the list of most popular influential people, as reported by Forbes.

Vladimir Putin

Vladimir Putin

Un saggio inedito di Tolstoy invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.                 Di quale Guerra e di quale Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio (9 secondo il calendario russo) del 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

“9 Gennaio 1905 sull’Isola Vassilevskij” del pittore Vladimir Makovskij

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.                                                         Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.                                Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio: uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa quale abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile[…] lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Lev Tolstoy nel 1905

Lev Tolstoy nel 1905

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per non conoscenza della libertà”.                                                                Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano. Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.                                                                            Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.                                                   Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori così miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

Un'assemblea di contadini vista dal pittore Sergej Korovin

Un’assemblea di contadini vista dal pittore Sergej Korovin (1893)

I potenti di oggi sono forse migliori di quelli del passato? La presunzione dell’Occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra e degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale ancora oggi di violare anche un sola reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare apertamente, di condannare all’ergastolo o a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo? Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.                                                                                     Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico. Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come testimonio’ lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole: “Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”                                                                          Tolstoj ci aspetta secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una forte e vivida testimonianza.

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

Perche sulla Crimea e su Kiev ha ragione Putin

Se la legittimità del possesso di un determinato territorio fosse dato da Dio, potremmo stare sicuri dell’equità e della giustezza delle sue decisioni. Il possesso di un territorio è invece un affare tutto umano e quindi tutto discutibile, emendabile, migliorabile. Basarlo sulla volontà popolare, liberamente espressa, invece che sui capricci di un tiranno è cosa ammirevole, ed è una conquista del mondo contemporaneo. Eppure, sembra che non tutte le volontà siano uguali. Chi difende a spada tratta, come fa l’Occidente, l’appartenenza della Crimea all’Ucraina, sostenendo che il referendum popolare del marzo 2014 e’ illegittimo, finge di dimenticare che la Crimea fu regalata da Krushev all’Ucraina, per motivi logistici ed economici. Forse che regalare il territorio di  repubblica autonoma, con tutti coloro che vi abitano, è legalmente più corretto e giusto che non annettersela con un referendum? L’appartenenza della Crimea all’Ucraina fu sancita da un trasferimento arbitrario di un leader di una parte di uno Stato (scomparso) ad un’altra parte dello stesso Stato (scomparso), del quale la Crimea era una repubblica autonoma. E dunque: perche’ un referendum, anche illegittimo, non dovrebbe avere  la stessa forza normativa  perlomeno di quel pasticcio? Tanto più che il referendum del marzo 2014 è stato formulato con grande chiarezza. I quesiti del referendum, riportati in russo, ucraino e tataro erano due: “Siete a favore della riunificazione della Crimea con la Russia come entità costituente?” (si o no) e, alternativamente, “Siete a favore dell’ applicazione della costituzione della repubblica di Crimea del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina?”(si o no). Più del 90% dei votanti ha espresso il desiderio di riunirsi alla Russia: questa è la volontà di auto-determinazione degli abitanti della Crimea, russi etnici al 58% e russofoni al 97%.

Festeggiamenti in Crimea dopo il referendum. Marzo 2104

Festeggiamenti in Crimea dopo il referendum. Marzo 2014

Referendum illegittimo, sostiene l’Europa! Se fossi stato Putin, avrei sostenuto che erano piuttosto illegittime le elezioni del giugno successivo, che hanno portato al potere Poroshenko: metà del paese era in guerra civile ed era quindi impossibilitato a votare. Sulle opinioni giuridiche in merito alla legittimità del referendum in Crimea si può discutere a lungo. E’ consuetudine ritenere, non senza ragione, che il referendum di secessione debba essere approvato dal governo centrale, quindi dalla maggioranza. Ma come si possono veramente garantire i diritti di autodeterminazione di una minoranza, se il mezzo con cui questo può essere fatto è l’approvazione della maggioranza?  E se il governo centrale – il governo di Poroshenko a Kiev – non è un governo eletto con la partecipazione della minoranza che richiede la secessione? Voci autorevoli, sostengono infatti che il referendum in Crimea sia pienamente legittimo e al proposito val la pena suggerire la lettura di un articolo di Michael S. Rozeff, riportato sul sito del Ron Paul Institute.  Ottimo articolo controcorrente.

Questo è un dibattito giuridico, di per sé sterile: se si può caldeggiare l’autodeterminazione del Kosovo o della Crimea, e si possono capire le istanze di Scozia e Catalogna è più difficile emozionarsi per la causa del Veneto. Per fortuna che non esiste una norma rigida a regolare un mondo così diverso!

Procediamo: perché Putin ha ragione nel dire che la crisi Ucraina è figlia di un desiderio dell’America di limitare il raggio di azione di Mosca, e ha ragione quindi a rispondere con pari forza a questa ingerenza al di là di ogni valutazione giuridica?

  1. Dopo un violento cambio di indirizzo politico a Kiev, non organizzato, ma sicuramente spinto e sovvenzionato dall’America, l’Ucraina si trova con un governo che è uno strano mostro, un misto di fascismo, guerra tribale ucraina e euroatlantismo: ci sono membri del governo filo-nazisti, il presidente Poroshenko è un’oligarca appartenente ad uno dei clan che si spartiscono il potere in Ucraina ed è stato informatore del Dipartimento di Stato Americano dal 2006 (fonte: Wikileaks). E, infine, il Ministro delle Finanze del governo di Kiev è una cittadina americana. America, si non caste, caute!
  2. Così’ come nessuno dovrebbe privare la Crimea del suo sogno russo, nessuno vuole  privare l’Ucraina del suo sogno europeo. E’ interessante tuttavia capire da dove venga l’eurofilia di Maidan. Da un lato, certamente nell’ovest e nel nord del paese, da un disordinato nazionalismo russofobo che nutre le masse; dall’altro – come sostiene Eugenio di Rienzo in nel suo Il conflitto Russo-Ucraino – dall'”irresistibile attrazione delle élites verso il modello di vita delle liberaldemocrazie europee”. Secondo Di Rienzo, L’ Unione Europea sarebbe”la scelta degli oligarchi di Kiev, preoccupati di essere tagliati fuori dal giro speculativo del mercato finanziario occidentale”. Putin, in un suo discorso ai giornalisti, pur riaffermando l’insindacabilità delle scelte di Kiev, sostiene che sia molto facile per le élites speculare sulla opaca informazione di un popolo al riguardo dell’ ingresso nell’Unione Europea: “Volete vivere come a Parigi?” “certo!”…e che altro volete che rispondano?…Ma avete letto cosa deve firmare l’Ucraina per entrare in Europa?…i mercati vengono aperti, senza soldi, e ci saranno standard obbligatori di merci e regolamenti europei che diventano automatici anche in Ucraina. Questo significa che bisogna chiudere la produzione in Ucraina, l’agricoltura non si svilupperà…l’ho già detto, l’Ucraina diventerà un appendice agricola dell’Unione Europea”.  E poi, continua Putin, se le merci europee entrano in Ucraina, la quale ha accordi preferenziali con la Russia, quest’ultima sarebbe costretta a chiudere i confini, mettendo in difficoltà coloro che esportano ora verso Mosca, tanti, soprattutto nei settori dell’aeronautica, cantieristica, ingegneria meccanica. Un conto, insomma, è la finanza, un altro l’economia reale. Quanto può beneficiare il popolo ucraino entrando nell’UE? E quanto può beneficiare l’UE dall’ingresso dell’Ucraina? Possiamo immaginare Angela Merkel convincere il parlamento di Kiev a ospitare una quota di rifugiati siriani? Non sarebbe più intelligente caldeggiare per un’ Ucraina neutra tra Europa e Russia, fuori dalla Nato e con legami economici da stabilirsi passo passo, secondo le evoluzioni politiche dei tre attori coinvolti?
  3. Infine Putin ha ragione dal punto di vista geopolitico. La NATO, organizzazione militare nata per contrastare proprio la Russia nel 1949, avanza inesorabilmente verso il confine russo. Dopo la promessa fatta alla Russia agli inizi degli anni 90 di non allagare l’alleanza atlantica al vecchio blocco sovietico, la NATO ha ingoiato Repubblica Ceca Ungheria e Polonia nel ’99, nel 2004   Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia, nel 2009 di Albania e Croazia. Georgia e Ucraina, teatri delle cosiddette rivoluzioni colorate, sono le prossime nella lista. La giusta obiezione che si può fare è che ogni stato libero è libero di aderire a qualsivoglia organizzazione. In principio è un discorso giustissimo, ma per accedere alla NATO bisogna essere invitati dalla NATO. L’iniziativa dello stato aderente non compare proprio nella procedura se non in senso negativo, per un possibile(?) rifiuto ad aderire. L’articolo 10 del Trattato nato dice :”The Parties may, by unanimous agreement, invite any other European State in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area to accede to this Treaty. Any State so invited may become a Party to the Treaty by depositing its instrument of accession with the Government of the United States of America. The Government of the United States of America will inform each of the Parties of the deposit of each such instrument of accession.” L’annessione dell’Ucraina all’area economica europea e eventualmente all’aerea politica rischiano di far entrare, in un futuro non vicino ma neanche lontanissimo, l’Ucraina nella NATO. In uno scenario del genere, come potrebbe la Crimea stare nel blocco atlantico e ospitare basi militari russe allo stesso tempo?                                                                 Se il Kosovo non deve fare precedente giuridico per il referendum in Crimea, può comunque aiutare a capire come si comportano gli Stati Uniti nell’Europa dell’Est. Il Kosovo “salvato” dalle bombe NATO (sganciate, quelle si, senza alcun “diritto”) ospita ora la più grande base militare americana in Europa, Camp Bondsteel, strategicamente posizionata tra Balcani e medio oriente.  Come avrebbe fatto gola a Washington una base ancora più grande e ancora più strategicamente piazzata, fra il Mar Nero e la Russia!
La penisola di Crimea, contesa fra Russia e Ucraina

La penisola di Crimea, contesa fra Russia e Ucraina