Mese: dicembre 2015

La Russia di Putin e i diritti civili

Raccogliendo le contestazioni di alcuni lettori di questo blog, vorremmo precisare il nostro parere circa l’applicazione dei diritti civili in Russia, ammettendo che essa sia molto perfezionabile. Libertà di stampa, di opposizione politica e uguaglianza di minoranze etniche, religiose e sessuali sono pane quotidiano in Occidente;  in Russia invece questi diritti non sono una priorità del governo e forse addirittura  nemmeno della  popolazione – escludendo ovviamente gli oppositori che saltuariamente manifestano -.                                                                                                          Lo stigma che subiscono i giornalisti anti-regime, gli omosessuali o le femministe sono effettivamente difficili da conciliare con la nostra visione del mondo. Putin del resto propone un modello di sviluppo diverso dalla liberal democracy divinizzata da Fukuyama. D’altronde,  non va dimenticato che nel 2000 egli ereditò un paese stremato economicamente e ridotto  ad un quasi stato di natura hobbesiano, prostrato da lotte di potere fra clan,  intimidazioni e omicidi  per le strade,  incapace di  alcun indirizzo politico e morale.                                                      Putin  infatti ha avuto il  merito di capire che al suo paese serviva stabilità come condizione essenziale per la nuova perestroika.  Ottenutala,  è innegabile che  abbia risollevato un paese ridotto a fanalino di coda  fino al grado di  potenza  mondiale, che in questi giorni  sostituisce gli  Usa come protagonista della geopolitica in medio oriente.                                                                                                     Putin diventò da subito il Leviatano: a lui il popolo ha ceduto la propria libertà in cambio di sicurezza e pane. Si può dire, in altre parole, che col presidente russo si è riscritto un nuovo contratto sociale e che l’opportunità delle voci pluraliste è rimasta fin qui  “tanto urgente quanto inutile”, ma auspicabilmente in grembo al futuro.                                                                                                 Detto ciò,  la domanda da porsi è questa: si può forse pensare che escludendo la Russia la situazione  interna potrà migliorare? Certamente no. E’ solo integrando il grande paese nel consesso internazionale , e non isolandolo, che i difensori dei diritti civili  potranno trovare il modo di confrontarsi e avanzare nella mentalità e nella società russa. Le sanzioni, economiche e morali, che l’Occidente infligge a Mosca, sono un’ottusità talmente evidente che non necessita un approfondimento.  Ne deriva infatti che Putin sia  sempre più Zar e il popolo sempre più anti-occidentale.  Non va infatti dimenticato che l’URSS  non crollò solo  dall’interno, ma soprattutto per la continua erosione  dell’ideologia marxista leninista da parte dei dissidenti filo occidentali, e perché, pian piano, modelli di pensiero e prodotti occidentali affluirono nella società sovietica. Gli accordi di Helsinki del 1975 voluti da Brezhnev per garantire il riconoscimento internazionale dei propri confini , fecero penetrare un serio dibattito sui diritti umani che diede il colpo di grazia al sistema. C’è un bellissimo film/musical russo del 2008, Stilyagi (gli Stilosi), che parla proprio di questa gioventù ribelle russa degli anni ’70-’80 che si vestiva colorata, ascoltava il Rock e beveva Coca Cola di contrabbando. Non fu per caso che Gorbachev parlò di  glasnost’  per riformare il sistema: era una trasparenza che consentiva al mondo di guardare dentro la Russia, ma soprattutto che consentiva alla Russia di guardare il mondo. Nel suo ultimo discorso, che sanciva la fine dello stato sovietico,  Gorbachev disse, con un misto di nostalgia ed orgoglio: “ci siamo aperti al mondo”. In quel momento lo Stato autoritario, illiberale e autarchico crollò.

 

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Alexandr Solzenicyn è stato uno storico e dissidente russo che ha fatto conoscere al mondo la barbarie sovietica dei gulag

 

 

 

Il grande Inquisitore: l’enigma dell’anima russa fra libertà e autoritarismo

‘Il Grande Inquisitore’ è il titolo del capitolo più importante dei Fratelli Karamazov, l’ultimo romanzo di Dostoevskij. Questo capitolo riflette sul tema della libertà, religiosa e politica, attraverso un dialogo tra i due fratelli protagonisti della storia, Ivàn e Alëša. Ivàn esordisce con un lungo discorso, quasi un’orazione, in cui racconta al fratello il contenuto di un poema che ha immaginato di scrivere. Il poema è ambientato nella Spagna del Seicento, al tempo della Grande Inquisizione: Ivàn suppone che proprio allora il Figlio di Dio decida di scendere ancora una volta fra gli uomini. Il Grande Inquisitore subito lo riconosce e lo mette in prigione, con la condanna di bruciarlo sul rogo come eretico la mattina dopo. Durante la notte, però, va a visitarlo nella sua cella e gli espone tutte le sue angosciose riflessioni riguardo alla libertà e alla fede religiosa. Si apre così, nel capitolo, un dialogo nel dialogo. L’Inquisitore rimprovera a Dio di aver lasciato agli uomini la libertà di fede e di non aver voluto comprarla né con il pane (cioè in cambio di benessere materiale), né con il potere assoluto, morale e politico. Dio ha dato agli uomini il “dono” della libertà, sostiene l’Inquisitore, perché li ha stimati più forti di quello che sono: non ha riconosciuto che gli uomini invece sono deboli e che per loro la libertà è un fardello insopportabile. Lasciando gli uomini liberi, Dio li ha condannati alla perpetua infelicità e ha dimostrato così di non amarli.

Approfondirò il discorso del Grande Inquisitore con due citazioni che mi sembrano particolarmente attuali. La prima riguarda il rapporto tra libertà, o anche “democrazia”, e benessere. Su questo, l’Inquisitore fa una triste constatazione: ‘Libertà e pane terreno a sufficienza per ciascuno non sono concepibili insieme, poiché giammai, giammai [gli uomini] non sapranno farsi le giuste parti fra loro!’ La seconda citazione è ancora più rilevante per i nostri tempi, se si considerano il successo degli integralismi e la violenza delle guerre di religione: ‘Non c’è preoccupazione più assillante e più tormentosa per l’uomo, non appena rimanga libero, che quella di cercare al più presto qualcuno innanzi al quale genuflettersi. Ma l’uomo pretende di genuflettersi dinanzi a ciò ch’è ormai indiscutibile, talmente indiscutibile che innanzi ad esso tutti gli uomini in coro acconsentono a una generale genuflessione.’ Quando ciò non avviene, si scatenano scontri spietati in nome di dei o idoli. La conclusione dell’Inquisitore è molto amara: la cerchia ristretta di coloro che, come lui, hanno privato gli uomini della libertà in cambio di pane e autorità assoluta, ha dimostrato di amare gli uomini più di Dio stesso. Essi, infatti, hanno preso sulle loro spalle il peso di questo peccato, sacrificandosi per la felicità del genere umano.

Il discorso dell’Inquisitore, riportato da Ivàn quasi senza interruzioni, è molto intelligente, profondo, sofferto, persuasivo. Tuttavia, e ciò a mio parere raddoppia l’acutezza di queste pagine, l’orazione fa parte di un dialogo, per cui il punto di vista dell’Inquisitore, con cui Ivàn s’identifica, non è l’unico presentato. Il dialogo è costruito in maniera molto strategica: mentre l’Inquisitore espone la propria teoria sulla necessità di un potere assoluto che neghi la libertà, il Figlio di Dio non proferisce parola, neanche per confermare la propria identità divina. Il suo silenzio accentua l’esigenza del potere assoluto di non avere interlocutori, ma al tempo stesso riafferma la libertà appena negata, proprio perché la mancata risposta di Dio lascia gli uomini totalmente liberi nella fede e nella coscienza morale.

Se poi ci spostiamo dal dialogo tra l’Inquisitore e il Figlio di Dio a quello, che lo contiene, tra i due fratelli Ivàn e Alëša, vediamo che l’esito della riflessione è ancora più ambiguo. Neanche Alëša parla molto, ma le sue poche battute alla fine del capitolo bastano a incrinare la forza del racconto di Ivàn e a mostrare una prospettiva del tutto diversa. Secondo Alëša, la figura dell’Inquisitore-martire non può che essere una fantasia, perché nella realtà chi aspira al potere assoluto, lo desidera per semplice avidità e non perché si sacrifica per la felicità umana. Ma l’obiezione di Alëša che maggiormente mina la solidità dell’argomentazione di Ivàn è la seguente: ‘Il tuo poema è un’esaltazione di Gesù, e non già una detrazione…come tu avresti voluto.’ Gli interventi di Alëša, insomma, non solo presentano un punto di vista alternativo, ma mostrano che il discorso dell’Inquisitore ha due facce e può essere letto contro se stesso: come detrazione della libertà e di Dio e insieme come loro esaltazione. Anche il pensiero di Alëša non è privo di contraddizioni. Egli accusa Ivàn di non credere in Dio e Ivàn glielo conferma. Eppure, è Ivàn che attraverso il suo poema è capace di immaginare una nuova visita di Dio sulla terra, mentre Alëša si mostra scettico perché ‘viziato’ dal ‘realismo contemporaneo’. Quale dei due fratelli ha davvero fede in Dio? Chi è più pessimista e chi più idealista riguardo al genere umano?

Il doppio dialogo si chiude con il bacio del Figlio di Dio all’Inquisitore, gesto che Alëša ripete con Ivàn, suggellando così la corrispondenza tra le due storie. L’Inquisitore libera il prigioniero, mentre i fratelli, in disaccordo, si separano per vie opposte, con la promessa, tuttavia, di incontrarsi di nuovo un giorno per continuare a ‘discorrere’. Ed è su questo finale che si fonda la mia interpretazione che, se il contenuto del capitolo mette in dubbio il valore positivo della libertà, la sua forma lo attesta, ponendo il lettore di fronte a punti di vista diversi in dialogo tra loro, senza soluzione definitiva. Come sostiene Michail Bachtin, uno dei più importanti teorici russi del romanzo, il genere romanzo, e si riferisce in particolare al romanzo di Dostoevskij, è una forma intrinsecamente polifonica e, dunque, libera.

 

Mariachiara Leteo

 

 

 

fedordostoevskij

Fedor Michailovic Dostoevskij