Mese: marzo 2016

La lettera di Khomeini a Gorbachev: il vuoto lasciato dall’URSS verrà riempito dall’islamismo radicale

Correva l’anno 1989.  L’Unione Sovietica stava per implodere, dopo che Gorbachev aveva involontariamente ma definitivamente issato bandiera bianca nella lotta ideologica contro l’Occidente capitalista. Il crollo dell’Unione Sovietica avrebbe dato all’Occidente la sicumera di aver trionfato sul mondo, la certezza che lo Spirito della Storia hegeliano avesse finalmente raggiunto il suo apice, rappresentato dalla democrazia liberale e capitalista. Eppure, una lettera dell’Ayatollah Khomeini indirizzata proprio a Gorbachev proponeva una visione diversa che oggi, mentre il mondo occidentale si sfalda di fronte alla minaccia del terrorismo islamico, suona sinistramente premonitrice.

Dopo aver proclamato la sharia come legge fondamentale in Iran, Khomeini presentò al mondo un nuovo baluardo ideologico contro l’Occidente capitalista. A differenza del Comunismo, che si opponeva al capitalismo utilizzandone la terminologia e sopratutto condividendo con esso la laicità, portato principale della modernità europea, l’islamismo si presentava come un nemico su più fronti: quello già noto dell’anti-colonialismo insieme a quello totalmente nuovo del fanatismo religioso contro la laicità, della spiritualità belligerante contro il materialismo. Khomeini quindi fece qualcosa di più radicale della Rivoluzione interna al proprio paese: elaborò anche l’ambizioso disegno di porre l’Islam alla testa di tutti i popoli diseredati della terra, sostituendo in questo ruolo il marxismo-leninismo che stava tramontando.

Abbiamo selezionato alcuni stralci della lettera

Nel Nome di Dio Clemente e Misericordioso

Egregio Signor Gorbaciov, Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, auspico a Lei e al popolo sovietico felicità e prosperità.

          …

Egregio Signor Gorbaciov, bisogna aprire gli occhi alla verità. La difficoltà principale del Suo Paese non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla. Il vostro problema principale è la lunga lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della creazione.

Egregio Signor Gorbaciov, è chiaro a tutti che d’ora in poi bisognerà cercare il comunismo nei musei della storia politica del mondo. Il marxismo, infatti, non rappresenta una risposta a nessunissimo reale bisogno dell’uomo. Si tratta di una dottrina materialistica e col materialismo non si può certo far uscire l’umanità dalla crisi provocata proprio dalla non credenza nello spirito. E’ questo il male principale della società umana, all’Est come all’Ovest.

Egregio Signor Gorbaciov, è possibile che per molti versi Lei, apparentemente, non abbia volte le spalle al marxismo e che ancora, in futuro, nei Suoi discorsi esponga la Sua piena credenza in esso. Ma Lei sa che, in realtà, non è così. Il Capo della Cina ha inferto al comunismo il primo colpo, Lei il secondo e, a quanto pare, l’ultimo. Oggi al mondo non esiste più qualcosa chiamato comunismo. Ma da Lei voglio davvero che nell’abbattere le mura delle illusioni marxiste non vada a cadere nella prigione dell’Occidente e del Grande Satana.

Spero che troverà la vera gloria costituita dall’aver spezzato via dalla storia e dal Suo Paese gli ultimi sedimenti imputriditi creati nel mondo comunista da settant’anni di deviazioni. Oggi ormai anche i governi che si muovono nella vostra stessa direzione, il cui cuore batta e per la patria e per i loro popoli, non sono più disposti a impiegare le ingenti risorse dei loro paesi, i prodotti del sottosuolo per dimostrare i successi del comunismo, le cui ossa si stanno sgretolando con uno scricchiolio che è già giunto alle orecchie dei loro figli.

Signor Gorbaciov, quando dai minareti di alcune vostre repubbliche, dopo settant’anni, si è levato il grido Allah Akbar e la testimonianza di fede nella missione dell’ultimo Profeta (che la pace sia con lui e con i suoi Discendenti), tutti i seguaci del puro Islam mohammadiano hanno pianto di entusiasmo. Per questo ho ritenuto necessario richiamare alla Sua attenzione questo problema, per invitarla a riflettere ancora una volta sulle due visioni del mondo, quella materialistica e quella ispirata alla dottrina dell’unità divina.

…Concludendo, dichiaro chiaramente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema.

Il nostro paese, in ogni caso, come in passato, crede nei rapporti reciproci di buon vicinato e nutre per questo principio il più profondo rispetto. Che la pace sia con chi segue la Guida.

Ruhollah al Musavi Al Khomeini 1° gennaio 1989

La lettura, oggi, delle parole che Khomeini scrisse a Gorbachev colpisce per la freddezza del ragionamento e la dichiarata belligeranza con cui l’Islam radicale si stava annunciando al mondo. Gli attentati che dal 2001 sconvolgono l’Occidente sono la prova di quanto le fondamenta ideologiche di Khomeini siano stato accolto da nuovi attori sempre più numerosi ed organizzati.

Putin ha definito il crollo dell’Unione Sovietica “la più grave catastrofe del XX secolo”, e ha sempre evidenziato la necessità, per Occidente e Russia, di cooperare nella lotta al terrorismo internazionale, forse conscio dell’importanza che il crollo del sistema in cui lui stesso è nato e cresciuto ha avuto nel facilitarne la propagazione. La risposta di Europa e Stati Uniti alla proposta russa è stata di scherno: piuttosto che formare una coalizione congiunta contro l’ISIS, la NATO preferisce schierare delle truppe ai confini con la Russia, mentre a Parigi, e poi Bruxelles, il terrorismo colpisce e uccide. Se l’Occidente non troverà un’intesa con Mosca contro il terrorismo islamico, vera minaccia all’ordine mondiale, dimostrerà di non aver compreso a fondo la lezione della Storia. Aver vinto la Guerra Fredda apparirà allora come una tragica sconfitta.

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“Attacco all’Ucraina”. Un libro per chi vuole capire a fondo le ragioni del conflitto fra Mosca e Kiev e il ruolo dell’Occidente

“Una buona conoscenza della storia – diceva Churchill- è come una faretra piena di frecce nelle discussioni”. Attacco all’Ucraina  trasforma il lettore italiano, seguendo la metafora di Churchill,  in un provetto arciere nello scontro tra Russia e Occidente, che si sta consumando ormai da due anni sulla scacchiera ucraina.

Un libro polifonico, che include saggi di Lucio Caracciolo, Nicolai Lilin, Giulietto Chiesa, Carlo Freccero, Aldo Ferrari, Fausto Biloslavo,Franco Cardini, Paolo Calzini, Stefano Galli e Maurizio Carta. Diversi punti di vista, da quello storico a quello geopolitico, passando per quelli da studioso dell’informazione e da reporter: Attacco all’Ucraina fornisce tutti gli strumenti per capire a fondo cosa ci sia dietro il dramma ucraino. 

Dati concreti, informazioni pratiche e precise che lasciano spesso stupefatti, mostrando al lettore come l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, abbia un preciso piano di controllo strategico, politico ed economico della Russia, per il quale non ha esitato a sacrificare quei valori e quei principi su cui pensiamo sia fondato il “mondo libero”: l’imparzialità delle informazioni e l’autonomia dei media in primis. Questa pubblicazione “dissidente” appare allora ancora di più come un coraggioso e autorevole controcanto ai media e giornali mainstream.

Fondamentale tema, fra gli altri, per districarsi nel complesso labirinto del conflitto civile ucraino, è quello dell’autodeterminazione dei popoli, delle molte “nazioni senza stato”, delle quali l’Ucraina è straordinariamente ricca. Il diritto all’autodeterminazione, riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato utilizzato come arma di divide et impera dagli Stati Europei durante il XIX e XX secolo. Stefano Galli descrive con grande chiarezza l’ambiguità  dell’Occidente che ha riconosciuto, quasi imposto,  il diritto all’autodeterminazione dei popoli con gli accordi di Helsinki per far vacillare dall’interno l’Unione Sovietica (nella quale vivevano più di cento diverse etnie), ma che oggi fatica riconoscere l’autodeterminazione di una Crimea evidentemente russa, che è legittimamente tornata sotto il controllo di Mosca tramite referendum. Inutile girarci intorno, conclude Galli, l’unica soluzione per l’Ucraina è un modello confederato che sia rispettosi delle diverse etnie e diversi orientamenti politici, non un ottuso aut-aut fra Russia ed Europa, sul quale invece è stata impostata la vicenda sin dall’inizio.

Di questo ed altri temi tratta questa pubblicazione che rende bene conto della complessità e della peculiarità dell’Ucraina, vista come una zona grigia fra Europa e Russia più che come uno stato unitario padrone del proprio destino politico. Come riassume Maurizio Carta “l’Ucraina è una costruzione statuale incoerente, frutto della somma di eccezionali circostanze storiche (da Yalta al crollo dell’URSS) e pensata-almeno negli attuali confini- non certo per ritrovarsi a svolgere le funzioni di Stato Sovrano”. Su questo Stato diviso e fragile, gli USA e l’UE hanno lanciato una sfida geopolitica ed economica a Mosca. Nulla di più miope dal punto di vista storico e più pericoloso dal punto di vista geopolitico: le conseguenze di questo conflitto rischiano di influenzare profondamente il nostro futuro e di compromettere i rapporti che abbiamo ricostruito con Mosca dopo il 1991.
Il libro procede con brevi capitoli che si susseguono fornendo al lettore informazioni giuridiche, storiche, sociali e culturali con chiarezza e sintesi, dalla forza controllata di Caracciolo alla passionalità di Giulietto Chiesa.
Si scopre allora che coloro che in Ucraina hanno davvero spinto per promuovere il dialogo fra le diverse parti del paese sono stati “sanzionati” dall’Occidente, come fossero pericolosi criminali, come è successo per esempio all’ex primo ministro ucraino Mykola Azarov.
Il saggio di Freccero mostra invece l’ambiguità dei media occidentali nel selezionare le notizie, con l’intento di presentare la Russia come “cattiva” e la protesta come “buona” mentre la verità è un terreno ben più complesso.
Si legge poi con apprensione della forte impronta neo-nazista che ha guidato le proteste di piazza, di cui invece l’Occidente si è subito innamorato, come sottolinea Biloslavo.               E allora viene da chiedersi se sia davvero la pace il fine ultimo dell’intervento dell’ Occidente nelle vicende di Kiev. E ancora, ci si interroga su quale sia il ruolo dell’Ucraina nel progetto euroasiatico di Putin. E non da ultimo ci si domanda se sarà davvero capace Kiev di guidare uno stato così diviso e frammentato verso un modello europeo di democrazia.
Il libro cerca di ripondere a questa ed altre domande e, pagina dopo pagina, si compone un affresco tanto chiaro quanto inaspettato, che conquista anche il lettore più scettico. Attacco all’Ucraina si legge d’un fiato (poco più di 100 pagine) e lascia materiale per riflettere e guardare alla questione con occhi diversi, sicuramente più esperti ed informati.

 

Per la lettura: “Attacco all’Ucraina”, a cura di Sandro Teti e Maurizio Carta, pubblicato da Sandro Teti Editore, p.148 (2015)

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Un manifestante lancia una molotov durante gli scontri a Kiev del Febbraio 2014

L’intervento russo in Siria è costato 480 milioni di dollari. Putin parla dopo il ritiro delle forze russe

L’operazione in Siria è stata finanziata sopratutto dal Ministero della Difesa, Putin ha detto ai militari impegnati nell’operazione.

“L’operazione militare in Siria ha avuto dei costi, sostenuti sopratutto dal Ministero della Difesa, circa 33 milioni di rubli, stanziati nel budget del 2015 per esercitazioni e addestramento. Abbiamo preso quei fondi e li abbiamo usati per finanziare la guerra in Siria” ha detto Putin.

“Nonostante il parziale ritiro delle forze russe dalla Siria, l’equilibrio sarà assicurato, e le forze patriottiche saranno in grado di combattere il terrorismo” ha detto Putin.”Quei soldati russi rimasti in Siria sono sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. Continueremo a fornire assistenza all’esercito siriano e alle autorità che combattono l’ISIS e altri gruppi terroristici come definiti dal consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite” ha detto Putin.

“Che tipo di equilibrio strategico ci sarà in Siria, dopo la riduzione delle truppe siriane? Un equilibrio più che soddisfacente; inoltre, grazie al nostro contributo e al rafforzamento  dell’esercito siriano, sono sicuro che vedremo nuovi successi contro il terrorismo nel prossimo futuro” ha detto il presidente.

Putin ha menzionato duri scontri in atto a Palmira: “spero che questa perla della civilizzazione umana, o ciò che ne resta ancora, venga restituita alla Siria e al mondo intero” ha detto.

“La Russia non aveva intenzione di entrare nella guerra civile siriana. Il futuro politico della Siria non deve essere deciso da altri se non dal popolo siriano. Lo scopo della Russia era di colpire il terrorismo…La lotta contro il terrorismo internazionale è giusta, e una lotta contro i nemici della civilizzazione, contro chi sparge barbarie e violenza cercando di annientare il profondo significato dei valori umanistici e spirituali su cui il mondo è fondato.” Putin ha aggiunto.

Inoltre, Putin ha detto che il ritiro delle truppe dalla Siria era stato concordato in anticipo con il presidente siriano Bashar Al-Assad.

“Vorrei inoltre notare la posizione del Presidente Assad. Noi vediamo il suo controllo, la sua sincera aspirazione alla pace e la sua preparazione al compromesso e al dialogo” ha concluso Putin.

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Fonte: Russia Beyond the Headlines

 

L’Ucraina non è uno stato sovrano ed è pericoloso trattarla come tale

Da qualunque punto di vista si osservi la crisi ucraina, non si può non convenire su un punto: l’Ucraina è soltanto un’espressione “geografica”, non un vero stato sovrano, con una propria comune identità e un centro unificatore. La Galizia, il Donbass, la Crimea sono altrettante Ucraine, ognuna delle quali potrebbe legittimamente chiedere un governo separato. La guerra che infiamma l’Ucraina da ormai due anni, combattuta in nome della libertà di Kiev di scegliere il proprio futuro, dimostra paradossalmente che l’Ucraina non esiste. Almeno non ne esiste soltanto una.

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La mappa mostra le macro aree che compongono l’Ucraina. La parte ad est orbita nell’area di influenza russa economicamente e culturalmente.

Mai concepita nella storia per essere uno stato sovrano, l’Ucraina vive la schizofrenia delle terre di confine. Non è protetta da alcuna barriera fisica ed è stata la culla della Russia pre-moderna dopo l’invasione dei vichinghi che navigavano sul fiume Dnepr nel IX secolo. Fu poi conquistata dai mongoli, i polacchi, parzialmente dagli austriaci  per poi venir riannessa da Caterina la grande all’impero russo nel XVIII secolo. A testimonianza di un passato fatto di mescolanze politiche ed etniche vivono oggi in Ucraina ungheresi, moldavi, romeni, polacchi, greci bulgari…Ci sono cattolici di quattro riti distinti, ortodossi russi, ucraini e greci, ebrei ed atei. L’Ucraina è un porto di mare più che uno stato, con marcatissime differenze etniche linguistiche ed economiche. A spartirsi il potere, come è avvenuto in molti stati ex-sovietici, sono un clan di oligarchi che ha fatto fortuna negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino. Secondo molti osservatori, sono proprio loro che beneficeranno dell’ingresso dell’Ucraina nel giro d’affari dell’Unione Europea, mentre il popolo, messo di fonte al fatto compiuto, si trova a combattere una guerra civile in nome di un’identità nazionale inesistente.

Priva di un passato indipendente e di una chiara identità l’Ucraina era l’ultimo stato al quale si potesse chiedere una netta presa di posizione geopolitica senza che questo causasse un conflitto civile. Eppure un’Unione Europea smaniosa di conquistare nuovi mercati, e un’America aggressivamente russofobica si sono comportati come se stessero dialogando con un Lussemburgo, e non con una terra di confine fragile e divisa nella quale si concentrano fondamentali interessi strategici russi. Quando Jankovic ha rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’UE nel 2013, avendo quest’ultimo ricevuto forti pressioni da Mosca perche entrasse invece a far parte dell’ Unione Euroasiatica, sembrava che di colpo l’Occidente scoprisse le ruberie di un tiranno e dovesse sostenere un popolo oppresso attaccato da Mosca come dal suo pupazzo Jankovic. Ignorando che questo popolo oppresso e innocente stava rispolverando il peggio del nazionalismo xenofobo del secolo scorso, in versione 2.0. Con un pressappochismo davvero sorprendente, i media occidentali non hanno mai mostrato quanto fosse composito e difficile il mosaico della rivolta ucraina, presentando i russi come cattivi e il popolo ucraino come martire.

L’Ucraina indipendente non è mai esistita. Per questo, il nazionalismo ucraino, immaginazione pura, è ipertrofico, violento, selvaggio. Il suo simbolo è Stepan Bandera, autore di stragi contro gli ebrei di inaudita crudeltà per conto dei nazisti. Bandera è tornato in auge durante le rivolte di Maidan, proteste vestite di una facile russofobia per non affrontare i veri problemi interni all’Ucraina: l’assenza totale di un demos ucraino, la mancanza di un’identità nazionale chiara e democratica e la dilagante corruzione, non certo portata a Kiev dai russi.

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Un manifestante ucraino sorregge un’immagine dei Stepan Bandera, leader dell’Esercito di Insurrezione Ucraino  e collaboratore dei nazisti.

E’ paradossale che sia l’Unione Europea, il tempio grigio della perdita di identità nazionale, a fungere da modello per la nuova identità ucraina. Si illudono gli ucraini di trovare risposte alle loro domande e soluzioni ai loro problemi entrando sotto l’influenza di Bruxelles. Bruxelles che talmente poco ha capito della frammentazione etnica e sociale ucraina che, oltre all’errore geopolitico madornale di entrare a gamba tesa in una terra di confine come l’Ucraina,  ha poi preteso di risolvere i problemi del paese buttando a fondo perduto miliardi ogni mese nelle casse di Kiev. Il governo di Poroshenko, protetto in ogni modo possibile dall’Occidente, non sta facendo alcuna vera riforma politica o sociale a beneficio del popolo ucraino che lo detesta sempre di più, mentre abbiamo perso il filo di intesa che avevamo con la Russia. Se l’Unione Europea avesse voluto davvero giocare da grande potenza internazionale avrebbe dovuto spingere per una neutralità dell’Ucraina, conservando il buon rapporto (sopratutto economico) con Mosca ed evitando la guerra civile in Ucraina. I media occidentali potranno dare la colpa a Putin fino a che anche noi europei vedremo che sostenere ad occhi chiusi le proteste Maidan avrà avuto dei costi enormi. Per tutti.

 

Un’altra volta Mosca piange l’orrore del terrorismo

Il 29 Febbraio scorso una donna di religione musulmana ha terrorizzato i passanti a Mosca mostrando come trofeo la testa tagliata di una bambina di 4 anni, il cui corpo e stato trovato a pochi metri dalla fermata della metro Oktyabrskoye Pole. La donna, che avrebbe gridato “Allah Akbar” e affermato di essere una terrorista, e ora nelle mani della polizia psichiatrica.

Gli abitanti di Mosca hanno coperto la fermata della metro di fiori, peluche e biglietti esprimendo solidarietà alla famiglia della bambina.

Qui alcune foto dalla stampa russa

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