Mese: gennaio 2018

A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione. La Russia di Putin non racconta la Storia, ma il mito del potere infallibile.

Il centenario della Rivoluzione del 1917 è trascorso senza la minima attenzione in Russia mentre nel resto del mondo sono fiorite conferenze, mostre e memoriali di diverso genere.
L’attuale potere russo evidentemente non sa come raccontarla. Evento glorioso o pericoloso, importato dall’Occidente o profondamente russo? E cosa rischia il potere a ricordare un evento che rovesciò il potere?
Ritorna in mente la battuta di un diplomatico cinese che, nel 1989, evitò con arte l’imbarazzo alla domanda su cosa ne pensasse della rivoluzione francese, dopo che il governo di Pechino aveva violentemente represso le proteste di piazza Tiananmen. Rispose: “E’ un evento troppo recente perché io lo possa commentare. Non è ancora diventato storia.”
Ecco. La rivoluzione russa non è ancora diventata storia per la Russia di Putin.
E allora la rivoluzione del 1917 viene taciuta perché troppo recente, mentre da ogni lato si mette in guardia il popolo dall’idea stessa di rivoluzione, un evento non necessario, ma dannoso. “A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione” aveva detto Putin il 27 ottobre 2016 davanti ad una platea di investitori. Rassicurati i ricchi, ora bisogna rassicurare il popolo.
In Russia, come in quasi tutti i Paesi, esistono canali di propaganda. Il più visto dai russi è “Primo Canale”, un misto di propaganda politica e distrazione di massa, che si alternano per ventiquattro ore al giorno.
Ed ecco che con stupore vedo apparire una riproduzione storica della prima grande rivoluzione russa, detta dei “Decabristi”. Correva l’anno 1825. Giovani ufficiali aristocratici, che avevano combattuto contro Napoleone, chiedevano ora una costituzione liberale e maggiori diritti per il popolo. La rivoluzione si concluse con l’impiccagione o l’esilio per i responsabili. Uno degli impiccati, dopo che si era rotta la corda che avrebbe dovuto strozzarlo, esclamò, mentre lo riappendevano: “Maledetto paese! Non si riesce nemmeno a morire».
Colpisce che i responsabili di questa rivoluzione vengono ora presi di mira con un documentario farsa, prodotto da Indigo Studios, mostrato proprio su “Primo Canale”. Storici russi commentano con parole molto forti una ricostruzione degli eventi in costumi d’epoca accompagnati da musica da film dell’orrore. Fra le frasi più interessanti: “I rivoluzionari non erano animati da ideali di libertà e uguaglianza, ma da ambizioni personali e sete di potere», oppure “la rivoluzione serve a fare carriera per che vi partecipa”. La rivoluzione è definita più volte “imbroglio” degli ufficiali, che porta alla giusta punizione.
Ancora una volta, e con formule ormai rodate, il potere viene presentato come garante dell’ordine; i rivoluzionari come ambiziosi carrieristi e ingannatori del popolo.
Mi tornano in mente le parole che Putin utilizza sempre, parlando dei suoi oppositori.
«Cosa vogliono Nemzov, Rizhkov e tutti gli altri che vogliono prendere il mio posto?» ha dichiarato notoriamente Putin, «Denaro e potere, nient’altro. Negli anni ’90 hanno già fatto incetta di miliardi, come quegli altri che ora sono in prigione…e sono sicuro che se non li fermeremo non si limiteranno a qualche miliardo, ma venderanno tutta la Russia»
Putin insomma protegge il popolo dalle avide ambizioni dei carrieristi.
Il problema è che non solo non esiste dibattito pubblico (davvero gli oppositori di Putin sono tutti ladri?), ma l’intera storia della Russia viene presentata come un potere giusto, uno zar buono, che ha dovuto sopportare rivoluzioni ingiuste da parte di carrieristi nell’esercito o nell’intelligenzia. Già nella seconda metà dell’800, prime testimonianze di intellettuali che si avventuravano nella sconfinata terra russa, raccontano di come i contadini, che vivevano in condizioni disumane e venivano continuamente privati del loro raccolto, fossero convinti che lo Zar fosse buono e che fossero i suoi funzionari ad essere dei demoni, e auguravano allo Zar lunga vita, perché potesse avere tempo di combattere contro i suoi corrotti funzionari locali.
E allora come fa impressione notare, nell’ultima conferenza stampa di Putin, nel formato “linea diretta” col popolo, la domanda di un vecchietto dalla sala: ‘Vladimir Vladimirovich, il 90% delle domande di oggi sono di carattere sociale, perché anche i governatori (poteri regionali equivalenti ai presidenti di regione ndr), non si espongono così alle domande? Li obblighi a lavorare, e a non aumentare il Suo di lavoro…”
E così, il popolo russo di oggi, obbligato alla continua propaganda e condannato da una storia di potere presentato come infallibile, crede che tutto il male che c’è in Russia derivi dalla corruzione di funzionari che Putin non può controllare e dalla perniciosa guerra culturale che l’Occidente fa al popolo russo.
Passano i secoli e cambiano i regimi, ma la Russia è sempre simile a se stessa: uno stato gigantesco, troppo grande per essere democratico e troppo autoritario per essere davvero grande. Di che rivoluzioni parliamo allora? Nel 1917 e nel 1991 il potere assoluto ha solo cambiato colore. La vera rivoluzione russa sarebbe un potere debole e una società forte e la stiamo ancora aspettando.
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Un’opera dell’artista Aleksander Kosolapov, attivo sopratutto negli anni 80-90

Navalny escluso dalle elezioni: l’ipocrisia della democrazia di facciata

Il 25 dicembre 2017, a tre mesi dalle elezioni presidenziali russe, Putin, o più precisamente la burocrazia autoritaria che gli ruota intorno, fra cui fa parte anche la ZIK (si pronuncia zeika’) e cioè la Commissione Centrale per le Elezioni, hanno negato ad Aleksei Navalny, l’oppositore con più seguito in Russia, il diritto di candidarsi.

La presidentessa della Commissione, Ella Panfilova, gli ha negato la possibilità di partecipare come candidato presidente a causa di un processo che lo aveva dichiarato colpevole nel 2013 di appropriazione indebita per 500.000 dollari. La legge N 19-ФЗ del 10.01.2003 dichiara infatti che nessun condannato per gravi reati può partecipare alle elezioni come candidato presidente se non sono passati almeno 10 anni dall’ultimo giorno di detenzione. Il processo venne dichiarato pero’ ingiusto e basato su moventi politici dalla Corte Europea dei Diritti Umani. La Corte Europea non può tuttavia modificare, ne avere prevalenza sulla legge di uno stato sovrano.

Navalny dunque non può sottrarsi alla decisione. Durante il dibattito con la Commissione, ha pero’ accusato quest’ultima di prendere decisioni politiche e ha sostenuto che la sua esclusione non farà altro che allontanare ancora di più le persone dalla politica. Ha aggiunto ironicamente di essere lui a fare il lavoro della commissione, sforzandosi “di portare più persone alle elezioni, di fare in modo che le persone sentano che il loro voto cambia le cose”. “Io rappresento milioni di persone, e, non avendomi permesso di partecipare, escludete milioni persone dal sistema politico: la vostra decisione è presa esattamente per questo” ha detto, visibilmente alterato.

“La decisione della corte russa che mi ha processato è stata resa invalida dalla corte Europea dei Diritti Umani, che la Russia riconosce, che ha stabilito che la Federazione Russa non ha agito in conformità ai principi della Corte Europea” ha continuato.

Concludendo, ha fatto appello alle coscienze dei membri della commissione: “non siete dei robot, ma persone, siete un organo indipendente, capisco che sia difficile, ma una volta nella vita, potete compiere non dico una gesto eroico, ma uno normale? Lasciate che qualcuno partecipi alle elezioni, fatelo…se non lo fate, vedrete come le persone non parteciperanno alle elezioni, come sciopereranno, nessuno può prevedere come saranno le elezioni ne quale sarà il loro risultato”.

La decisione della corte è pero’ irrevocabile e Navalny e il suo partito non saranno in lizza per governare la Russia.

 

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Aleksei Navalny difende la legittimità della propria candidatura alle elezioni presidenziali

Al di la’ delle simpatie politiche, (si può sostenere Putin per diverse ragioni come questo blog ha spesso fatto), non si può non notare la deformità di un sistema autoritario che si atteggi a democratico. Noi europei, in maggioranza, crediamo che la legge serva a limitare il potere dei potenti, a sostenere i diritti dei deboli che soccomberebbero ai forti. E quando questo non è, ci ribelliamo con precisa terminologia, punti di riferimento chiari. La legge in Russia, al contrario, è il potere di chi ha già potere. E più ha potere, più la legge lo asseconda. Il Leviatano di Hobbes, metafora dello stato autoritario ma necessario, in Russia non ha eliminato lo Stato di Natura, pericoloso terreno di lotta dove vince il più forte, ma lo ha legalizzato. L’ingiustizia è diventata più difficile e faticosa da combattere perché non viene compiuta mai fuori dalla legge, ma sempre all’interno di questa. Si cambia la legge perché non sia mai illegale sostenere il potere. Con qualunque metodo. Il fine non e’ la legalità, ma il sostegno al potere politico.                                                   Questo è pero’ un problema che va preso seriamente ed è in questo che si articola la differenza fra noi e la Russia.

L’Europa, a partire dal Feudalesimo fino all’Illuminismo ha sviluppato idee di “sviluppo” economico e sociale e “divisione” del potere. La Russia non ha seguito questo percorso, ed e’ arrivata al 1991 governata dalla stessa forma autoritaria che aveva agli albori della sua storia, a prima dell’anno mille, quando ancora era divisa in principati superstiziosi, deboli e divisi, caduti in preda dei Normanni, e poi dei Mongoli.

La Russia, e questo Blog l’ha spesso ricordato, vive una schizofrenia, una miso-filo-fobia nei confronti dell’Occidente, ed è quindi normale che addotti i nostri modelli in parte, non totalmente, e soprattutto a singhiozzo. Eccoci, nel 2018, mentre noi meditiamo sui diritti degli animali, davanti all’ibrido di “democrazia autoritaria” che i pensatori vicini a Putin, in particolare Anatoly Chubais, responsabile delle pazze privatizzazioni degli anni ’90, avevano preconizzato, parlando di un “Impero Liberale”.

Un autoritarismo, che per sua definizione non ha bisogno di leggi, si trova costretto per ragioni storiche, vere e presunte, a restare autoritario usando terminologia e strutture democratiche. Elezioni, legge, conformità alla legge, candidati, Stato di diritto, processo, democrazia. Il russo pronuncia queste parole goffamente, come se i concetti che esprime fossero una lingua straniera. Non ha la minima idea di chi abbia pensato tutto ciò, di chi sia un Montesquieu, un Hobbes, un Locke, un Voltaire.

Le parole russe, e cioè quelle non importate dall’estero in tutto il discorso politico sono parole di un mondo autoritario: “Stato” che nel nostro linguaggio indica una sovrastruttura legale, che precede e segue colui che detiene il potere, in russo è linguisticamente una proprietà legata chi governa: non esiste una parola russa per indicare lo Stato che non indichi al contempo il suo sovrano, Stato e re coincidono. Gosudar’ e Gosudar’stvo, come a dire Re e Regno.

Il parlamento, altro teatrino pleonastico nel panorama russo odierno, che fu “ottriato” dallo Zar Nicola II nel 1905 dopo la prima rivoluzione russa, esclude perfino etimologicamente il diritto di parola: non si chiama infatti Parlamento ma Duma, dal verbo russo dumat’, pensare. Pensare, ma non dire. Ciò che ha sempre contato in Russia e’ la volontà di un solo uomo, dello Zar, dell’imperatore e oggi di Putin, forse frenato da potentati economici che lo sostengono. Ma in Russia è difficile capire cose che in America sono chiare, e identificare le famose lobbies.

Ma se la Russia non parla un linguaggio democratico, può pensare democraticamente? E stabilito che non ne sia in grado, siamo noi nella posizione di insegnare agli ai russi o a chiunque non la pensi come noi quale via sia migliore per lo sviluppo sociale? E siamo in grado di farlo con metodi che non assomiglino a quelli che cerchiamo di debellare negli altri?

La vera domanda, che questa clamorosa ma attesa esclusione di Navalny porta a farsi, non è giuridica. Navalny legalmente ha torto, poiché la legge, svincolata dalla democrazia, può sempre dare torto a chi vuole. Il vero punto è questo: davvero la Russia può e deve diventare, oggi, un paese democratico secondo il nostro modello di democrazia? Chi sarebbero i vincitori e gli sconfitti di questo cambiamento epocale? Appiattire il mondo ad un unico modello economico, politico e sociale serve a semplificare il pensiero e gli scambi economici. Allo stesso tempo, accettare un potere arcaico svincolato dalla società, dal rispetto di diritti fondamentali e dall’inclusione dei gruppi sociali ci sembra, a ragione, un cattivo retaggio del passato. La semplicità non semplifica e “ci sono più cose in cielo e in terra” di quante ce ne siano nella nostra visione del mondo.