Navalny escluso dalle elezioni: l’ipocrisia della democrazia di facciata

Il 25 dicembre 2017, a tre mesi dalle elezioni presidenziali russe, Putin, o più precisamente la burocrazia autoritaria che gli ruota intorno, fra cui fa parte anche la ZIK (si pronuncia zeika’) e cioè la Commissione Centrale per le Elezioni, hanno negato ad Aleksei Navalny, l’oppositore con più seguito in Russia, il diritto di candidarsi.

La presidentessa della Commissione, Ella Panfilova, gli ha negato la possibilità di partecipare come candidato presidente a causa di un processo che lo aveva dichiarato colpevole nel 2013 di appropriazione indebita per 500.000 dollari. La legge N 19-ФЗ del 10.01.2003 dichiara infatti che nessun condannato per gravi reati può partecipare alle elezioni come candidato presidente se non sono passati almeno 10 anni dall’ultimo giorno di detenzione. Il processo venne dichiarato pero’ ingiusto e basato su moventi politici dalla Corte Europea dei Diritti Umani. La Corte Europea non può tuttavia modificare, ne avere prevalenza sulla legge di uno stato sovrano.

Navalny dunque non può sottrarsi alla decisione. Durante il dibattito con la Commissione, ha pero’ accusato quest’ultima di prendere decisioni politiche e ha sostenuto che la sua esclusione non farà altro che allontanare ancora di più le persone dalla politica. Ha aggiunto ironicamente di essere lui a fare il lavoro della commissione, sforzandosi “di portare più persone alle elezioni, di fare in modo che le persone sentano che il loro voto cambia le cose”. “Io rappresento milioni di persone, e, non avendomi permesso di partecipare, escludete milioni persone dal sistema politico: la vostra decisione è presa esattamente per questo” ha detto, visibilmente alterato.

“La decisione della corte russa che mi ha processato è stata resa invalida dalla corte Europea dei Diritti Umani, che la Russia riconosce, che ha stabilito che la Federazione Russa non ha agito in conformità ai principi della Corte Europea” ha continuato.

Concludendo, ha fatto appello alle coscienze dei membri della commissione: “non siete dei robot, ma persone, siete un organo indipendente, capisco che sia difficile, ma una volta nella vita, potete compiere non dico una gesto eroico, ma uno normale? Lasciate che qualcuno partecipi alle elezioni, fatelo…se non lo fate, vedrete come le persone non parteciperanno alle elezioni, come sciopereranno, nessuno può prevedere come saranno le elezioni ne quale sarà il loro risultato”.

La decisione della corte è pero’ irrevocabile e Navalny e il suo partito non saranno in lizza per governare la Russia.

 

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Aleksei Navalny difende la legittimità della propria candidatura alle elezioni presidenziali

Al di la’ delle simpatie politiche, (si può sostenere Putin per diverse ragioni come questo blog ha spesso fatto), non si può non notare la deformità di un sistema autoritario che si atteggi a democratico. Noi europei, in maggioranza, crediamo che la legge serva a limitare il potere dei potenti, a sostenere i diritti dei deboli che soccomberebbero ai forti. E quando questo non è, ci ribelliamo con precisa terminologia, punti di riferimento chiari. La legge in Russia, al contrario, è il potere di chi ha già potere. E più ha potere, più la legge lo asseconda. Il Leviatano di Hobbes, metafora dello stato autoritario ma necessario, in Russia non ha eliminato lo Stato di Natura, pericoloso terreno di lotta dove vince il più forte, ma lo ha legalizzato. L’ingiustizia è diventata più difficile e faticosa da combattere perché non viene compiuta mai fuori dalla legge, ma sempre all’interno di questa. Si cambia la legge perché non sia mai illegale sostenere il potere. Con qualunque metodo. Il fine non e’ la legalità, ma il sostegno al potere politico.                                                   Questo è pero’ un problema che va preso seriamente ed è in questo che si articola la differenza fra noi e la Russia.

L’Europa, a partire dal Feudalesimo fino all’Illuminismo ha sviluppato idee di “sviluppo” economico e sociale e “divisione” del potere. La Russia non ha seguito questo percorso, ed e’ arrivata al 1991 governata dalla stessa forma autoritaria che aveva agli albori della sua storia, a prima dell’anno mille, quando ancora era divisa in principati superstiziosi, deboli e divisi, caduti in preda dei Normanni, e poi dei Mongoli.

La Russia, e questo Blog l’ha spesso ricordato, vive una schizofrenia, una miso-filo-fobia nei confronti dell’Occidente, ed è quindi normale che addotti i nostri modelli in parte, non totalmente, e soprattutto a singhiozzo. Eccoci, nel 2018, mentre noi meditiamo sui diritti degli animali, davanti all’ibrido di “democrazia autoritaria” che i pensatori vicini a Putin, in particolare Anatoly Chubais, responsabile delle pazze privatizzazioni degli anni ’90, avevano preconizzato, parlando di un “Impero Liberale”.

Un autoritarismo, che per sua definizione non ha bisogno di leggi, si trova costretto per ragioni storiche, vere e presunte, a restare autoritario usando terminologia e strutture democratiche. Elezioni, legge, conformità alla legge, candidati, Stato di diritto, processo, democrazia. Il russo pronuncia queste parole goffamente, come se i concetti che esprime fossero una lingua straniera. Non ha la minima idea di chi abbia pensato tutto ciò, di chi sia un Montesquieu, un Hobbes, un Locke, un Voltaire.

Le parole russe, e cioè quelle non importate dall’estero in tutto il discorso politico sono parole di un mondo autoritario: “Stato” che nel nostro linguaggio indica una sovrastruttura legale, che precede e segue colui che detiene il potere, in russo è linguisticamente una proprietà legata chi governa: non esiste una parola russa per indicare lo Stato che non indichi al contempo il suo sovrano, Stato e re coincidono. Gosudar’ e Gosudar’stvo, come a dire Re e Regno.

Il parlamento, altro teatrino pleonastico nel panorama russo odierno, che fu “ottriato” dallo Zar Nicola II nel 1905 dopo la prima rivoluzione russa, esclude perfino etimologicamente il diritto di parola: non si chiama infatti Parlamento ma Duma, dal verbo russo dumat’, pensare. Pensare, ma non dire. Ciò che ha sempre contato in Russia e’ la volontà di un solo uomo, dello Zar, dell’imperatore e oggi di Putin, forse frenato da potentati economici che lo sostengono. Ma in Russia è difficile capire cose che in America sono chiare, e identificare le famose lobbies.

Ma se la Russia non parla un linguaggio democratico, può pensare democraticamente? E stabilito che non ne sia in grado, siamo noi nella posizione di insegnare agli ai russi o a chiunque non la pensi come noi quale via sia migliore per lo sviluppo sociale? E siamo in grado di farlo con metodi che non assomiglino a quelli che cerchiamo di debellare negli altri?

La vera domanda, che questa clamorosa ma attesa esclusione di Navalny porta a farsi, non è giuridica. Navalny legalmente ha torto, poiché la legge, svincolata dalla democrazia, può sempre dare torto a chi vuole. Il vero punto è questo: davvero la Russia può e deve diventare, oggi, un paese democratico secondo il nostro modello di democrazia? Chi sarebbero i vincitori e gli sconfitti di questo cambiamento epocale? Appiattire il mondo ad un unico modello economico, politico e sociale serve a semplificare il pensiero e gli scambi economici. Allo stesso tempo, accettare un potere arcaico svincolato dalla società, dal rispetto di diritti fondamentali e dall’inclusione dei gruppi sociali ci sembra, a ragione, un cattivo retaggio del passato. La semplicità non semplifica e “ci sono più cose in cielo e in terra” di quante ce ne siano nella nostra visione del mondo.

 

2 comments

  1. Mentre noi farnetichiamo sui supposti “diritti degli animali” dimenticandoci che solo l’uomo non-schiavo è titolare di diritti, e lo è in quanto può e decide di difenderli (perciò lo schiavo non ha diritti; infatti ha preferito la sua vita alla sua libertà) c’è chi considera ancora i diritti della collettività preminenti rispetto quelli del singolo (guarda caso lo facevano i greci, i Romani, i Persiani, eccetera): Lezioni? no; solo non credo che voler esportare a forza il “nostro” modo di considerare i diritti in altre situazioni politico/culturali sia la mossa vincente. O non ci aveva provato la coppia Clinton-Obama?

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  2. vero, purtroppo! Ma quanto più’ bello sarebbe altrimenti! Quanto più’ bello sarebbe schierarsi a difendere il diritto del più’ debole!
    D’altra parte Putin est un animale anfibio, probabilmente a mezza strada fra colui che promuove progresso e colui che ancora pensa che i metodi democratici facciano perdere il ” disegno”

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