Mosca, Pechino e i tre Occidenti

Mentre la Cina si dota di un leader a vita e Putin viene rieletto per guidare la Russia fino al 2024, l’Europa divisa fatica a trovare una nuova identità, abbandonata dalla sua componente Atlantica (Inghilterra e USA) dopo settant’anni di alleanza culturale e militare. Si delinea all’orizzonte sempre più nitidamente un mondo nuovo, preconizzato da molti analisti: il declino politico ed economico dell’Occidente, che porta con se il tramonto di precise strutture politiche e di visioni del mondo. Al suo posto si stanno affermando Cina e Russia, forme ibride di modernità tecnologica e valori arcaici che si apprestano, in maniera diversa, ad affiancarci e superarci nell’influenza militare, economica e forse culturale sul mondo.
Il capitalismo, al contrario di ciò che hanno per decenni sostenuto molti pensatori e militanti del libero commercio, può benissimo coesistere con la dittatura. Se la Russia visibilmente combatte nel combinare crescita stabile con autoritarismo politico, il Cina il capitalismo ha addirittura rafforzato il potere assoluto.
Ma allora ci si chiede: che forma sta prendendo il mondo e che ruolo potremo avere noi occidentali? Si può evitare il tramonto dell’Occidente?
Occorre dire innanzitutto che esistono almeno tre Occidenti, i quali si vanno delineando con sempre maggiore chiarezza dal 1989.
Il primo, gli Stati Uniti che dal nuovo millennio stanno perdendo terreno dopo aver dominato il mondo come nessuno altro impero dal 1917 in poi: l’80% degli Stati al mondo ha una base militare USA, non solo i paesi Nato. L’elezione di Trump ha pero diminuito il soft power politico degli USA, che si stanno isolando sempre di più arrivando a negare -a torto o ragione- i principi del libero commercio e con esso i valori, non sempre strumentali, di democrazia e inclusione sociale. Gli USA stanno rinunciando, costretti dalle dinamiche globali e interne, al loro ruolo storico di leader mondiale di un gruppo di paesi «progressisti», per tutelare prima di tutto quelli che sono percepiti come interessi nazionali.  Da leader del mondo libero, Trump si mette a capo di un nuovo sentimento internazionale «nazionalista» che, per definizione, non dovrà coinvolgere gli Stati Uniti a livello globale, se non la dove c’e un chiaro interesse statunitense da promuovere.  Ed ecco emergere allora i veri problemi di Washington. Prima di tutto la Russia: nonostante sembrasse possibile un’apertura, una presidenza troppo condizionata da scaldali veri e presunti legati a Mosca obbliga Trump al conflitto con Putin per non perdere legittimità. Tanto più che la Russia è anche fortemente concentrata a ledere gli interessi di Washington in Europa e Medio Oriente. L’altro problema per Washington è la sfida per il predominio economico  globale da parte della Cina.
Il secondo occidente, il più antico, siamo noi: l’Europa Occidentale, la vecchia CEE (BelgioFranciaGermaniaItaliaLussemburgoPaesi Bassi), Austria, Grecia, Olanda e Paesi scandinavi.
Essi costituiscono un gruppo politico abbastanza omogeneo di democrazie consolidate, legate da una storia comune, costituita da società civili organizzate attraversate da sviluppo economico e benessere molto elevato relativamente al resto del pianeta. L’Europa Occidentale avrebbe interesse a collaborare con Mosca per evidenti ragioni di buon vicinato e ha sempre meno ragioni di far parte di un mondo a guida USA. Se ha potuto godere di pace duratura, protetta militarmente dagli Stati Uniti, ora si trova abbandonata da un alleato imprevedibile che dichiara di non voler più pagare per la sicurezza Europea.  Importantissimi per definire l’Europa Occidentale sono lo Stato sociale coniugato a libertà politiche ed economiche.  La crisi economica e migratoria in Europa Occidentale pero sta peggiorando e rallentando il progresso di un ente sovranazionale, l’Unione Europea, che acquisti peso a livello globale.
Il terzo occidente, che si è conquistato solo a tavolino questo nome, è l’Europa Orientale: le lacrime del coccodrillo dell’Europa Occidentale. Gli stati dell’ex blocco sovietico, sono stati inglobati nell’UE senza valutazioni di tipo politico.
Storicamente minacciati da Russia e Germania, dunque strutturalmente protesi al nazionalismo,  sono oggi affascinati dall’autoritarismo nazionalista e dal Cristianemso militante. Razzisti, tradizionalisti e anti-russi sono la spina nel fianco di un’Europa Occidentale laica e progressita che ha le mani legate. L’UE non può prendere decisioni autonome di riavvicinamento alla Russia a causa del voto contrario di Polonia e Stati Baltici e Ungheria, che violano allo stesso tempo principi fondanti dell’ Unione. Doppio danno e impasse apparentemente insormontabile: per avvicinarsi a Mosca e necessario smantellare l’Unione Europea attuale, ma smantellandola si farebbe l’interesse di Mosca e si aprirebbe a scenari pericolosi su suolo europeo.
Stati Uniti, Europa Occidentale ed Orientale: questi tre occidenti sempre più a disagio se uniti ma ininfluenti se divisi, stanno lasciando enorme spazio a Cina e Russia, che stanno creando sotto i nostri occhi delle nuove monarchie assolute, che combinano senza alcuna esitazione capitalismo e tecnologia, rapidità modernissima per promuovere modelli antichissimi.
Per sostenitori e oppositori Putin è un leader straordinario: come molti zar prima di lui si sente davvero a proprio agio nell’occuparsi di politica estera e crede che in questo risieda il banco di prova della sua presidenza. In vent’ anni ha riportato ai vertici della geopolitica internazionale un Paese umiliato, povero e attraversato da guerra civile e sciacallaggio. Solo Hitler risollevo’ un paese devastato così in fretta nella Storia recente.
Come tutti i grandi leader che credono di aver una missione, considera le questioni interne come un freno:  come sempre nella sua storia, la Russia continua ad essere un gigante politico e un nano economico. Putin sapeva di dover migliorare le condizioni di vita della popolazione russa e l’ha fatto: mai nella loro storia i russi sono stati così ricchi. Eppure Putin l’ha fatto male, per finta, basando la crescita sul petrolio, e dunque lasciandola in balia degli shock e agganciandola ad una fonte unica e per di più esauribile. Il risultato di un ventennio putiniano è un paese fortemente sbilanciato nel quale due città producono l’80% della ricchezza totale, e in cui lo Stato non da alcun incentivo all’attività privata economica su larga scala temendo le ripercussioni politiche; un tale Paese è destinato a crollare di nuovo.
Putin sta rendendo la Russia grande come sarebbe stata grande al tempo dello Zar Alessandro, non come uno Stato progressista del terzo millennio costretto a competere con altre potenze economiche. La Russia è oggi uno Stato militare senza pluralismo politico, con costanti soppressioni e violazioni dei diritti umani, dominata da un elite ricchissima e costituita da un popolo povero ma patriota, che sopporta grandi difficoltà in nome di una missione quasi divina che e’ portata a compiere.
Stabilendo come priorità assoluta del suo governo la Geopolitica e non la diffusione del benessere,  Putin ci dice che la sconfitta della guerra fredda è una ferita politica, non economica.  Nessuno in Russia detesta Elcin per aver venduto il paese agli oligarchi, ma molti detestano Gorbachev per aver decretato la fine dell’Impero Sovietico.
Ne segue che non è certo con sanzioni e guerre economiche che la Russia diventerà più simile a come la vorremmo. La Russia è percepita come un Patria non come un Mercato: la povertà non spaventa i Russi quanto il loro non sentirsi riconosciuti dal mondo avanzato come parte di esso. Mosca deve essere riconosciuta politicamente come potenza globale, solo allora si potrà iniziare un dialogo. E allora forse si potrà davvero trovare un compromesso e iniziare a parlare di diritti umani, di democrazia, di cooperazione. Invece l’Occidente per debolezza umilia la Russia, la esclude dal G8 e dalle Olimpiadi mentre chiude gli occhi su decine di altri paesi altrettanto illiberali, ma molto meno strategici.  Perché Putin ha sempre più consenso propaganda a parte? Perché umiliare un grande Paese  senza distruggerlo è un errore che si paga sempre caro.
Lo stigma dell’Occidente rafforza Putin, rendendo il dibattito intorno a lui ideologico quando è necessario analizzare il suo operato politico con lucidità. Putin ha creato un paese economicamente insignificante, con un Pil pari a quello dell’Olanda. Ma ha il grande vantaggio di poter pianificare. E buono sarebbe se questi sei anni cominciassero ad essere più simili ai progetti quinquennali di Stalin che alle conquiste militari di Caterina II. Creare un’economia basata sull’impresa, la concorrenza, sulla creazione di beni e servizi e non solo su grandi opere pubbliche in mano a oligarchi vicini al Cremlino e tappando i buchi con i proventi del petrolio, è la vera sfida che la Russia ha davanti.  Se Putin sara in grado di farlo avrà compiuto un miracolo politico, che ci piaccia o no. Se invece lascerà il proprio paese come l’ha tenuto fino ad ora, sara un duro lavoro per chi lo seguirà.
La Cina dal canto suo  ha agito come potenza felpata, estranea a ciò che avviene al di fuori della propria area di interesse, è oggi la prima economia mondiale, essendosi promossa al “mondo ricco” come filtro fra capitale internazionale e manodopera a basso costo. E molto più solida della Russia economicamente, ma resta un incognita sul piano politico e sociale, in aperta contraddizione con il modello occidentale.
E questo ci pone davanti ad un interrogativo: perché abbiamo accolto con interesse la Nuova Monarchia assoluta cinese mentre si levano voci contro la poca credibilità della democrazia russa? Forse che per la nostra più profonda identità la Cina non è una minaccia più ancora di Mosca?
Una delle ragioni del tramonto dell’Occidente è proprio questa: la poca comprensione di dove va il mondo.

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