Autore: raimondo lanza di trabia

laureato in relazioni internazionali e studi dei paesi dell'Europa dell'est all'Università di Bologna e San Pietroburgo. Lavora a Mosca per un'impresa italiana

Perché la Religione Ortodossa Rende lo Stato Autoritario Indispensabile

Da Max Weber sappiamo che la religione di un Paese influenza molti dei fattori importanti per lo sviluppo dello stesso: l’economia che si va formando e consolidando nei secoli, il senso di felicità della popolazione, il loro modo di sopportare o meno l’autorità dello Stato e le relazioni fra i diversi gruppi sociali.

Secondo un recente paper della World Bank è stata in gran misura la religione ortodossa a creare terreno fertile per il comunismo nello scorso secolo e resta oggi  un ingrediente importante per la ricostruzione in chiave patriarcale di Bulgaria, Russia e altri stati ex-comunisti.

“La cristianità Occidentale, che ha dato origine a Cattolicesimo e Protestantesimo, ha sempre messo enfasi sul razionalismo, la ricerca logica e la messa in discussione dell’autorità. La cristianità Orientale era associata invece a esperienze mistiche, comunitarismo e poneva minore accento sulla Legge e sul rapporto fra uomo e Potere” si legge fra l’altro nel paper.

Certo, le autorità comuniste dell’est Europa eliminarono completamente la religione come chiave di lettura del mondo, ma si servirono di quegli aspetti culturali e sociali che la religione ortodossa aveva lasciato: rispetto sacro per le tradizioni, sospetto per le innovazioni sociali e politiche e reverenza assoluta per l’Autorità.  Va inoltre aggiunto che a differenza dell’Europa Occidentale cattolica e poi protestante, il mondo ortodosso  non conobbe mai lo sdoppiamento di potere generato dalla lotta fra Trono e Altare che aveva attraversato l’Europa fra il decimo e il dodicesimo secolo. Insomma, non ci sono mai stati dubbi per i russi sull’unicità del Potere e dunque sulla sua infallibilità.

Questo ha avuto ed ha tuttora ricadute politiche ed economiche. Gli ortodossi sono sempre stati propensi a pensare, per esempio, che il possesso pubblico di un determinato bene fosse meglio del possesso privato giacche l’individualismo era un concetto “occidentale” con forti connotazioni contrarie al sentire comune dei fedeli.

Ed ecco quindi che il comunismo ha trovato terreno fertile. Se in Occidente le idee di Marx erano frutto di uno sforzo tutto intellettuale, proprio perché contrarie all’individualismo (capitalista) sul quale si fondava lo Stato borghese, in Russia erano filtrate come antiche verità, già messe in pratica da tempo immemore dalle “comuni” contadine pre-esistenti a qualsiasi forma di pensiero comunista occidentale.

Non sorprende allora che i russi  abbiano vissuto il capitalismo rampante degli anni ’90 come una violenza importata dall’Occidente e, esclusi i pochi che si sono arricchiti, i piu accolgono con favore la presenza costante dello Stato nelle attivita economiche. L’economia russa si basa infatti non sull’inizativa privata, ma su settori che tradizionalmente sono di appannaggio statale: le risorse naturali, l’industria militare e aerospaziale.

Ma poca iniziativa economica significa poca pluralità politica: la nuova Russia ricorda molto la Russia di cento, duecento, trecento anni fa: anche allora era insieme imitatrice e sospettosa di tutto cio che proveniva dall’Occidente.  Comunismo si, ma con uno Stato autoritario, capitalismo si ma con uno Stato autoritario. E ancora oggi Dio e lo Zar sono il panorama politico di un popolo sempre piu simile alla propria memoria di sé che all’Occidente.

 

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Cupole di una chiesa all’interno delle mura del Cremlino

Mosca, Pechino e i tre Occidenti

Mentre la Cina si dota di un leader a vita e Putin viene rieletto per guidare la Russia fino al 2024, l’Europa divisa fatica a trovare una nuova identità, abbandonata dalla sua componente Atlantica (Inghilterra e USA) dopo settant’anni di alleanza culturale e militare. Si delinea all’orizzonte sempre più nitidamente un mondo nuovo, preconizzato da molti analisti: il declino politico ed economico dell’Occidente, che porta con se il tramonto di precise strutture politiche e di visioni del mondo. Al suo posto si stanno affermando Cina e Russia, forme ibride di modernità tecnologica e valori arcaici che si apprestano, in maniera diversa, ad affiancarci e superarci nell’influenza militare, economica e forse culturale sul mondo.
Il capitalismo, al contrario di ciò che hanno per decenni sostenuto molti pensatori e militanti del libero commercio, può benissimo coesistere con la dittatura. Se la Russia visibilmente combatte nel combinare crescita stabile con autoritarismo politico, il Cina il capitalismo ha addirittura rafforzato il potere assoluto.
Ma allora ci si chiede: che forma sta prendendo il mondo e che ruolo potremo avere noi occidentali? Si può evitare il tramonto dell’Occidente?
Occorre dire innanzitutto che esistono almeno tre Occidenti, i quali si vanno delineando con sempre maggiore chiarezza dal 1989.
Il primo, gli Stati Uniti che dal nuovo millennio stanno perdendo terreno dopo aver dominato il mondo come nessuno altro impero dal 1917 in poi: l’80% degli Stati al mondo ha una base militare USA, non solo i paesi Nato. L’elezione di Trump ha pero diminuito il soft power politico degli USA, che si stanno isolando sempre di più arrivando a negare -a torto o ragione- i principi del libero commercio e con esso i valori, non sempre strumentali, di democrazia e inclusione sociale. Gli USA stanno rinunciando, costretti dalle dinamiche globali e interne, al loro ruolo storico di leader mondiale di un gruppo di paesi «progressisti», per tutelare prima di tutto quelli che sono percepiti come interessi nazionali.  Da leader del mondo libero, Trump si mette a capo di un nuovo sentimento internazionale «nazionalista» che, per definizione, non dovrà coinvolgere gli Stati Uniti a livello globale, se non la dove c’e un chiaro interesse statunitense da promuovere.  Ed ecco emergere allora i veri problemi di Washington. Prima di tutto la Russia: nonostante sembrasse possibile un’apertura, una presidenza troppo condizionata da scaldali veri e presunti legati a Mosca obbliga Trump al conflitto con Putin per non perdere legittimità. Tanto più che la Russia è anche fortemente concentrata a ledere gli interessi di Washington in Europa e Medio Oriente. L’altro problema per Washington è la sfida per il predominio economico  globale da parte della Cina.
Il secondo occidente, il più antico, siamo noi: l’Europa Occidentale, la vecchia CEE (BelgioFranciaGermaniaItaliaLussemburgoPaesi Bassi), Austria, Grecia, Olanda e Paesi scandinavi.
Essi costituiscono un gruppo politico abbastanza omogeneo di democrazie consolidate, legate da una storia comune, costituita da società civili organizzate attraversate da sviluppo economico e benessere molto elevato relativamente al resto del pianeta. L’Europa Occidentale avrebbe interesse a collaborare con Mosca per evidenti ragioni di buon vicinato e ha sempre meno ragioni di far parte di un mondo a guida USA. Se ha potuto godere di pace duratura, protetta militarmente dagli Stati Uniti, ora si trova abbandonata da un alleato imprevedibile che dichiara di non voler più pagare per la sicurezza Europea.  Importantissimi per definire l’Europa Occidentale sono lo Stato sociale coniugato a libertà politiche ed economiche.  La crisi economica e migratoria in Europa Occidentale pero sta peggiorando e rallentando il progresso di un ente sovranazionale, l’Unione Europea, che acquisti peso a livello globale.
Il terzo occidente, che si è conquistato solo a tavolino questo nome, è l’Europa Orientale: le lacrime del coccodrillo dell’Europa Occidentale. Gli stati dell’ex blocco sovietico, sono stati inglobati nell’UE senza valutazioni di tipo politico.
Storicamente minacciati da Russia e Germania, dunque strutturalmente protesi al nazionalismo,  sono oggi affascinati dall’autoritarismo nazionalista e dal Cristianemso militante. Razzisti, tradizionalisti e anti-russi sono la spina nel fianco di un’Europa Occidentale laica e progressita che ha le mani legate. L’UE non può prendere decisioni autonome di riavvicinamento alla Russia a causa del voto contrario di Polonia e Stati Baltici e Ungheria, che violano allo stesso tempo principi fondanti dell’ Unione. Doppio danno e impasse apparentemente insormontabile: per avvicinarsi a Mosca e necessario smantellare l’Unione Europea attuale, ma smantellandola si farebbe l’interesse di Mosca e si aprirebbe a scenari pericolosi su suolo europeo.
Stati Uniti, Europa Occidentale ed Orientale: questi tre occidenti sempre più a disagio se uniti ma ininfluenti se divisi, stanno lasciando enorme spazio a Cina e Russia, che stanno creando sotto i nostri occhi delle nuove monarchie assolute, che combinano senza alcuna esitazione capitalismo e tecnologia, rapidità modernissima per promuovere modelli antichissimi.
Per sostenitori e oppositori Putin è un leader straordinario: come molti zar prima di lui si sente davvero a proprio agio nell’occuparsi di politica estera e crede che in questo risieda il banco di prova della sua presidenza. In vent’ anni ha riportato ai vertici della geopolitica internazionale un Paese umiliato, povero e attraversato da guerra civile e sciacallaggio. Solo Hitler risollevo’ un paese devastato così in fretta nella Storia recente.
Come tutti i grandi leader che credono di aver una missione, considera le questioni interne come un freno:  come sempre nella sua storia, la Russia continua ad essere un gigante politico e un nano economico. Putin sapeva di dover migliorare le condizioni di vita della popolazione russa e l’ha fatto: mai nella loro storia i russi sono stati così ricchi. Eppure Putin l’ha fatto male, per finta, basando la crescita sul petrolio, e dunque lasciandola in balia degli shock e agganciandola ad una fonte unica e per di più esauribile. Il risultato di un ventennio putiniano è un paese fortemente sbilanciato nel quale due città producono l’80% della ricchezza totale, e in cui lo Stato non da alcun incentivo all’attività privata economica su larga scala temendo le ripercussioni politiche; un tale Paese è destinato a crollare di nuovo.
Putin sta rendendo la Russia grande come sarebbe stata grande al tempo dello Zar Alessandro, non come uno Stato progressista del terzo millennio costretto a competere con altre potenze economiche. La Russia è oggi uno Stato militare senza pluralismo politico, con costanti soppressioni e violazioni dei diritti umani, dominata da un elite ricchissima e costituita da un popolo povero ma patriota, che sopporta grandi difficoltà in nome di una missione quasi divina che e’ portata a compiere.
Stabilendo come priorità assoluta del suo governo la Geopolitica e non la diffusione del benessere,  Putin ci dice che la sconfitta della guerra fredda è una ferita politica, non economica.  Nessuno in Russia detesta Elcin per aver venduto il paese agli oligarchi, ma molti detestano Gorbachev per aver decretato la fine dell’Impero Sovietico.
Ne segue che non è certo con sanzioni e guerre economiche che la Russia diventerà più simile a come la vorremmo. La Russia è percepita come un Patria non come un Mercato: la povertà non spaventa i Russi quanto il loro non sentirsi riconosciuti dal mondo avanzato come parte di esso. Mosca deve essere riconosciuta politicamente come potenza globale, solo allora si potrà iniziare un dialogo. E allora forse si potrà davvero trovare un compromesso e iniziare a parlare di diritti umani, di democrazia, di cooperazione. Invece l’Occidente per debolezza umilia la Russia, la esclude dal G8 e dalle Olimpiadi mentre chiude gli occhi su decine di altri paesi altrettanto illiberali, ma molto meno strategici.  Perché Putin ha sempre più consenso propaganda a parte? Perché umiliare un grande Paese  senza distruggerlo è un errore che si paga sempre caro.
Lo stigma dell’Occidente rafforza Putin, rendendo il dibattito intorno a lui ideologico quando è necessario analizzare il suo operato politico con lucidità. Putin ha creato un paese economicamente insignificante, con un Pil pari a quello dell’Olanda. Ma ha il grande vantaggio di poter pianificare. E buono sarebbe se questi sei anni cominciassero ad essere più simili ai progetti quinquennali di Stalin che alle conquiste militari di Caterina II. Creare un’economia basata sull’impresa, la concorrenza, sulla creazione di beni e servizi e non solo su grandi opere pubbliche in mano a oligarchi vicini al Cremlino e tappando i buchi con i proventi del petrolio, è la vera sfida che la Russia ha davanti.  Se Putin sara in grado di farlo avrà compiuto un miracolo politico, che ci piaccia o no. Se invece lascerà il proprio paese come l’ha tenuto fino ad ora, sara un duro lavoro per chi lo seguirà.
La Cina dal canto suo  ha agito come potenza felpata, estranea a ciò che avviene al di fuori della propria area di interesse, è oggi la prima economia mondiale, essendosi promossa al “mondo ricco” come filtro fra capitale internazionale e manodopera a basso costo. E molto più solida della Russia economicamente, ma resta un incognita sul piano politico e sociale, in aperta contraddizione con il modello occidentale.
E questo ci pone davanti ad un interrogativo: perché abbiamo accolto con interesse la Nuova Monarchia assoluta cinese mentre si levano voci contro la poca credibilità della democrazia russa? Forse che per la nostra più profonda identità la Cina non è una minaccia più ancora di Mosca?
Una delle ragioni del tramonto dell’Occidente è proprio questa: la poca comprensione di dove va il mondo.

La tragedia dell’Est Europa è a Kiev

Kiev, 12 Febbraio 2018. Mentre pranza al ristorante Suluguni, Michail Saakashvili, ex presidente georgiano e nemico acerrimo di Putin, viene prelevato di forza da uomini in tenuta mimetica e trascinato via a forza in un furgone bianco. Il giorno dopo viene estradato in Polonia.
Non è un film di spionaggio, ma la complessa realtà che lega le rivoluzioni anti-russe degli ultimi 15 anni e evidenzia drammaticamente l’impossibilità dell’Est Europa di liberarsi dal morboso susseguirsi di dittature e oligarchie.
Cosa ci faceva l’ex presidente georgiano a Kiev? Chi sono le persone che lo hanno prelevato? Che ruolo ha Saakashvili nella ricostruzione dell’Ucraina dopo il colpo di stato del 2013-2014?
Cominciamo dall’inizio.
Molti ricordano gli eventi del 2013-14, iniziati con la protesta di Maidan contro il presidente filorusso Yanukovic. Dopo aver fatto dietro front su un accordo di associazione con l’Unione Europea che chiedeva riforme sostanziali del Paese in cambio di un prestito di 700 milioni di euro circa, Yanukovic si era gettato nelle braccia di Mosca che non chiedeva alcuna riforma scomoda ed era pronta a concedere cifre ben superiori. Il popolo allora, che vedeva nell’Europa un modello di libertà, scese in piazza. Occasione ghiotta per i nemici  interni ed internazionali del presidente Yanukovic e del sodalizio russo-ucraino. Con un colpo di stato, appoggiato dagli Stati Uniti e dagli intellettuali europei come Henry-Levy che definirono a priori, senza grandi analisi ma con grande slancio emotivo l’Ucraina «il cuore battente dell’Europa», dove gli oppressi finalmente si liberavano del giogo della dittatura di Putin. I governi e i media occidentali, che allora senza distinzione accolsero con favore la virata filo europeista di Kiev, hanno poi perso l’interesse sulla questione ucraina. Anche a causa di questa caduta di interesse, nel Paese tutt’ora imperversa la guerra civile, mentre Europa e Russia continuano a non trovare un punto comune. Ma nessuno si chiede cosa faccia Kiev?
I recenti avvenimenti sono molto indicativi di dinamiche politiche e sociali che ricordano la Russia degli anni novanta. L’Ucraina dopo la rivoluzione sembra essere un buco nero di corruzione e oligarchia alle porte dell’Europa.
Pietro Poroshenko, attuale presidente e businessman con una fortuna stimata di 700 milioni di dollari e il controllo di 3 reti televisive, ha un consenso del 15% nonostante la sua aperta politica di avvicinamento all’UE.
Perché non sono contenti gli ucraini, che ora possono godere di un regime visa-free per visitare le grandi città d’europa?
In realtà, la ragione principale delle proteste non era l’amore per le Istituzioni Europee o la fatica di procurasi un visto per vedere Parigi, ma l’attrazione per un’idea astratta di Europa, potremmo dire di Europa Occidentale, vista come un blocco di paesi liberi e di buon governo.
Costumi e modi di vivere concreti dunque, non istituzioni astratte.
Sembra che Poroshenko abbia interpretato male le proteste di piazza. A quattro anni dalla rivoluzione sembra che l’Ucraina sia pronta ad entrare nell’UE: sono state prese misure macroeconomiche che facilitano gli investimenti esteri e tutelano i capitali locali e l’accesso al credito internazionale. Allo stesso tempo l’Ucraina non sembra affatto pronta ad entrare in Europa: cresce il senso di diffidenza per le istituzioni e il malcontento per una corruzione percepita come mai così alta nella storia del paese. Secondo Transparency international pone l’Ucraina (di oggi, non di 4 anni fa) al 131 posto su 176 paesi.
Fatta questa premessa torniamo a Saakashvili. L’ex presidente georgiano (2004-2013) ha sempre tenuto un atteggiamento fortemente contrario a Mosca e ha iniziato le procedure di avvicinamento all’Unione Europea. Nel 2008 fu lui ad attaccare le truppe russe di stanza in Ossetia scatenando la guerra russo-georgiana. In patria  è ricercato per abuso di potere ed è stato condannato in contumacia, per aver coperto degli omicidi avvenuti sotto la sua presidenza. E’ anche noto per aver svolto un eccellente lavoro contro la corruzione nel paese.
Dopo la rivoluzione ucraina, Poroshenko aveva bisogno di un profilo come il suo: anti-russo, anzi personale acerrimo nemico di Putin (che aveva detto di volerlo impiccare) e paladino della lotta alla corruzione.
A Saakashvili viene così concessa la cittadinanza ucraina, poi viene nominato governatore di Odessa nel 2015 e per un anno svolge il suo compito di lotta alla corruzione e aumenta il proprio consenso popolare (ora intorno al 40%). Questo inevitabilmente lo ha portato ad un crescente conflitto con Poroshenko. Saakashvili non ha nascosto l’intenzione di competere con il presidente per governare l’Ucraina.
Senza troppo riguardo per i diritti umani, Poroshenko gli ha revocato la cittadinanza (ora Saakashvili e’ apolide), e lo ha estradato in Polonia.
Ecco l’Ucraina che stiamo accogliendo in Europa.
Le riforme mancate di Poroshenko del sistema giudiziario e la timida e forse non disinteressata lotta alla corruzione e agli abusi di potere non hanno affatto dato al popolo ciò che il popolo voleva.
Le riforme finora hanno aperto una strada economica fra Bruxelles e Kiev, senza eliminare i difetti fondamentali di un paese corrotto e profondamente illiberale.
L’estradizione di Saakashvili è forse da vedere come un simbolo della corruzione che torna nel paese?
I ricchi di Kiev stanno meglio e la popolazione sta come prima, ma doppiamente frustrata a causa di una rivoluzione mancata.

I popoli sono come i malati a letto, diceva un filosofo francese scettico delle rivoluzioni: ogni movimento che fanno per cambiare posizione da loro l’illusione che staranno meglio.

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Kiev 12 Febbraio. L’arresto di Saakashvili

Le manifestazioni anti-Putin sono state un successo…per Putin

Quando nel 1786 Caterina la Grande, fresca di conquista della penisola di Crimea,  portava i suoi ospiti internazionali, soprattutto ambasciatori libertini e intellettuali francesi a visitare la Russia meridionale su lussuosi battelli lungo il fiume Dnepr, si potevano ammirare sulle sponde del fiume grandiose ville, paesi interi che prosperavano, artigiani intenti al lavoro, pastori con le loro greggi e reparti dell’esercito organizzati in parata che salutavano il passaggio del Sovrano. Che meraviglioso sviluppo e che prosperità poteva mostrare la Russia nonostante la turbolenta annessione della Crimea e i costi della guerra! Eppure non era così: i villaggi erano di cartapesta, e i pastori e i soldati erano attori che recitavano una parte.

Il 18 marzo 2018 la Russia voterà per eleggere il Presidente, che, al netto di qualche caso imponderabile, sara sicuramente Vladimir Putin. Poche settimane fa, il principale oppositore di Putin, Aleksei Navalny, è stato escluso dalle elezioni per precedenti processi giudiziari.  Quest’ultimo ha dunque indetto delle manifestazioni pacifiche per “boicottare” le elezioni. Lo scopo era dimostrare che, anche se non può votare nessun candidato forte, esiste una Russia che non vuole più Putin al potere. Va detto: Navalny è effettivamente incandidabile, e la manifestazione del 28 gennaio non è stata autorizzata. Certo, la legge in Russia serve a rendere legale l’autoritarismo, ma questa è un’altra storia e necessiterebbe una più ampia analisi.

Veniamo ai fatti. Il giorno 28 gennaio 2018 alle ore 14 inizia la marcia pacifica proposta da Navalny lungo la principale strada di Mosca, la Tverskaya, che sfocia sulla Piazza Rossa. Le manifestazioni contemporaneamente avvenivano in tante città russe, ma era da Mosca e San Pietroburgo, città dove ha sede il potere politico e dove sono concentrati gli strati di popolazione più colti e più sfavorevoli ad un ennesimo mandato di Vladimir Putin, che ci si aspettava un grande movimento di protesta. Grande non solo perché il paese sta tornando indietro verso un autoritarismo senza precedenti dal 1991, ma anche perché era l’ultima opportunità di dissentire e di influire sul voto: a elezioni concluse, e per i sei anni successivi, non ci sarà più possibilità di esprimere dissenso influenzando i risultati delle elezioni o il comportamento del Governo di Mosca.                                                                             Vado alla manifestazione accompagnato da un’amica, M., che da subito esprime grande prudenza, mi dice di non fermarmi dove ci sono i gruppi di persone che manifestano, ma semplicemente di camminare avanti e indietro. In questo modo, continua M., se interrogati dalla polizia, potremmo dire che non partecipavamo alla manifestazione, ma che stavamo semplicemente camminando per fare shopping. Io capisco il livello di tensione che sta vivendo M. e non voglio obbligarla; dopo aver fatto avanti e indietro per venti minuti, mi congedo con una scusa e continuo da solo. La timidezza di M. nel manifestare mi racconta però della poca dimestichezza del popolo russo colto a dialogare con mezzi democratici.

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Delle telecamere a 360 gradi spuntano da speciali camionette della polizia. Un altoparlante intima ai manifestanti  radunati a piazza Pushinskaya di “rispettare l’ordine e lasciar libero il passaggio”

Ma i timori di M., sono fondati? Davvero la polizia può prendere me e tenermi in galera 48 ore come mi dice? La polizia in effetti arresta subito Aleksei Navalny uscito dal taxi per guidare la manifestazione, e altre figure chiave del movimento di Navalny; ma per il resto, calma piatta. Dato che alle 14.30 al popolo di opposizione mancava già il suo leader, il risultato è una marcia di poco più di mille persone, a gruppetti disomogenei, che gridano “Russia senza Putin” , “Putin ladro” ,”la Russia sara libera” o “vogliamo elezioni che siano elezioni” e altri amabilissimi slogan, sotto lo sguardo distratto di cordoni di polizia che non intervengono mai, se non per prelevare individui chiave o per punire lievi infrazioni, rilasciando subito i fermati. Non una vetrina rotta, non un’auto incendiata, non un ferito. Ottimo! Ma, viene da pensare, questa è l’ultima grande opportunità di opporsi a Putin e si vedono solo fiori portati nelle mani, cartelli di protesta anonimi ed educatissimi, un sostegno verbale divertito da parte di avventori che non hanno osato prendere parte alla marcia e che quindi fiancheggiano i manifestanti in marcia, camminando volontariamente nel verso opposto. Sembrerebbe, se non fosse per queste stranezze appena citate, una vera festa di democrazia partecipativa.  Vladimir Zhirinovsky, folcloristico leader del partito di opposizione “fabbricata” dal Cremlino, decide che l’occasione è buona per un bagno di folla, e scende dalla macchina a vetri oscurati. Viene subito circondato dai manifestanti che lo provocano: “Se sei davvero opposizione, vieni a marciare con noi!” Zhirinovsky rifiuta e si difende così: “Voi siete solo giovani e volete liberarvi dei vecchi…quando sarete vecchi voi, vorranno liberarsi di voi i giovani.Tutto li.” Non un commento sulle politiche del governo, sulla repressione contro i giornalisti, sulla situazione internazionale…risale in macchina e l’autista riparte.

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Esigiamo elezioni legittime

I numeri a fine giornata sono da fiera di paese: 4,700 persone in tutta la Russia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, non smentiti dall’opposizione. Il picco a Mosca, dove i manifestanti sono stati poco più di 1000. Sopratutto giovani, e qualche vecchio. Generazione di Twitter e nostalgici dell’USSR. Una vecchietta di 80 anni, brandendo un tulipano, mi racconta che è li perché non può andare avanti con la sua pensione di 60 euro al mese. Non basta, penso, questa piccola vita a rovesciare un potere granitico e misterioso: che ora nemmeno si oppone alle proteste, non ne ha più bisogno.  I giovani che sono cresciuti con Putin, che oggi votano, si rendono conto che hanno avuto il pane grazie a lui, che ha ristabilito l’ordine dopo il torbidi e violenti anni ’90, e grazie ai proventi del petrolio ha creato una classe media. La libertà che Putin ha chiesto in cambio del pane, è un desiderio complesso, pieno di dubbi, senza un leader, senza un progetto chiaro.

Putin può dormire sonni tranquilli: il suo principale oppositore è stato messo fuori gioco e coloro che sono contrari a lui e hanno il coraggio di dirlo sono 4,700 cittadini su 140 milioni.

E’ morta la società civile, o forse non è mai nata.  Nel 2011 quando il duo Putin-Medvedev, dopo apposite modifiche costituzionali, si scambiava posto alla guida del Paese, cominciava a nascere una società civile, che scese in piazza a centinaia di migliaia. Ma c’era una grande differenza: l’Occidente allora era un modello. Oggi, dopo le sanzioni che hanno ciecamente colpito un popolo permaloso e patriota e dopo l’elezione di Trump in America, la società civile in Russia è sola, non ha appigli nel mondo libero, a cui ha sempre guardato come ad un faro. E dunque Putin ha già vinto e dominerà la Russia per altri 6 anni.

Chissà cosa hanno in mente i giovani e i vecchi che gridano, senza speranza alcuna,”la Russia sara libera”. I vecchi non la ricordano, e i giovani non riescono a immaginarla. E quella che sembra una festa bella di democrazia, è una tristissima farsa, come quei villaggi di cartapesta al tempo di Caterina, che raccontavano una Russia gloriosa e benestante e nascondevano la verità: la guerra di Crimea costa a tanti e fa bene a pochi.

 

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Vladimir Zhirinovsky, leader di LDPR, un partito di opposizione “fabbricata”, viene invitato a seguire la folla in marcia. Rifiuterà

A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione. La Russia di Putin non racconta la Storia, ma il mito del potere infallibile.

Il centenario della Rivoluzione del 1917 è trascorso senza la minima attenzione in Russia mentre nel resto del mondo sono fiorite conferenze, mostre e memoriali di diverso genere.
L’attuale potere russo evidentemente non sa come raccontarla. Evento glorioso o pericoloso, importato dall’Occidente o profondamente russo? E cosa rischia il potere a ricordare un evento che rovesciò il potere?
Ritorna in mente la battuta di un diplomatico cinese che, nel 1989, evitò con arte l’imbarazzo alla domanda su cosa ne pensasse della rivoluzione francese, dopo che il governo di Pechino aveva violentemente represso le proteste di piazza Tiananmen. Rispose: “E’ un evento troppo recente perché io lo possa commentare. Non è ancora diventato storia.”
Ecco. La rivoluzione russa non è ancora diventata storia per la Russia di Putin.
E allora la rivoluzione del 1917 viene taciuta perché troppo recente, mentre da ogni lato si mette in guardia il popolo dall’idea stessa di rivoluzione, un evento non necessario, ma dannoso. “A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione” aveva detto Putin il 27 ottobre 2016 davanti ad una platea di investitori. Rassicurati i ricchi, ora bisogna rassicurare il popolo.
In Russia, come in quasi tutti i Paesi, esistono canali di propaganda. Il più visto dai russi è “Primo Canale”, un misto di propaganda politica e distrazione di massa, che si alternano per ventiquattro ore al giorno.
Ed ecco che con stupore vedo apparire una riproduzione storica della prima grande rivoluzione russa, detta dei “Decabristi”. Correva l’anno 1825. Giovani ufficiali aristocratici, che avevano combattuto contro Napoleone, chiedevano ora una costituzione liberale e maggiori diritti per il popolo. La rivoluzione si concluse con l’impiccagione o l’esilio per i responsabili. Uno degli impiccati, dopo che si era rotta la corda che avrebbe dovuto strozzarlo, esclamò, mentre lo riappendevano: “Maledetto paese! Non si riesce nemmeno a morire».
Colpisce che i responsabili di questa rivoluzione vengono ora presi di mira con un documentario farsa, prodotto da Indigo Studios, mostrato proprio su “Primo Canale”. Storici russi commentano con parole molto forti una ricostruzione degli eventi in costumi d’epoca accompagnati da musica da film dell’orrore. Fra le frasi più interessanti: “I rivoluzionari non erano animati da ideali di libertà e uguaglianza, ma da ambizioni personali e sete di potere», oppure “la rivoluzione serve a fare carriera per che vi partecipa”. La rivoluzione è definita più volte “imbroglio” degli ufficiali, che porta alla giusta punizione.
Ancora una volta, e con formule ormai rodate, il potere viene presentato come garante dell’ordine; i rivoluzionari come ambiziosi carrieristi e ingannatori del popolo.
Mi tornano in mente le parole che Putin utilizza sempre, parlando dei suoi oppositori.
«Cosa vogliono Nemzov, Rizhkov e tutti gli altri che vogliono prendere il mio posto?» ha dichiarato notoriamente Putin, «Denaro e potere, nient’altro. Negli anni ’90 hanno già fatto incetta di miliardi, come quegli altri che ora sono in prigione…e sono sicuro che se non li fermeremo non si limiteranno a qualche miliardo, ma venderanno tutta la Russia»
Putin insomma protegge il popolo dalle avide ambizioni dei carrieristi.
Il problema è che non solo non esiste dibattito pubblico (davvero gli oppositori di Putin sono tutti ladri?), ma l’intera storia della Russia viene presentata come un potere giusto, uno zar buono, che ha dovuto sopportare rivoluzioni ingiuste da parte di carrieristi nell’esercito o nell’intelligenzia. Già nella seconda metà dell’800, prime testimonianze di intellettuali che si avventuravano nella sconfinata terra russa, raccontano di come i contadini, che vivevano in condizioni disumane e venivano continuamente privati del loro raccolto, fossero convinti che lo Zar fosse buono e che fossero i suoi funzionari ad essere dei demoni, e auguravano allo Zar lunga vita, perché potesse avere tempo di combattere contro i suoi corrotti funzionari locali.
E allora come fa impressione notare, nell’ultima conferenza stampa di Putin, nel formato “linea diretta” col popolo, la domanda di un vecchietto dalla sala: ‘Vladimir Vladimirovich, il 90% delle domande di oggi sono di carattere sociale, perché anche i governatori (poteri regionali equivalenti ai presidenti di regione ndr), non si espongono così alle domande? Li obblighi a lavorare, e a non aumentare il Suo di lavoro…”
E così, il popolo russo di oggi, obbligato alla continua propaganda e condannato da una storia di potere presentato come infallibile, crede che tutto il male che c’è in Russia derivi dalla corruzione di funzionari che Putin non può controllare e dalla perniciosa guerra culturale che l’Occidente fa al popolo russo.
Passano i secoli e cambiano i regimi, ma la Russia è sempre simile a se stessa: uno stato gigantesco, troppo grande per essere democratico e troppo autoritario per essere davvero grande. Di che rivoluzioni parliamo allora? Nel 1917 e nel 1991 il potere assoluto ha solo cambiato colore. La vera rivoluzione russa sarebbe un potere debole e una società forte e la stiamo ancora aspettando.
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Un’opera dell’artista Aleksander Kosolapov, attivo sopratutto negli anni 80-90

Navalny escluso dalle elezioni: l’ipocrisia della democrazia di facciata

Il 25 dicembre 2017, a tre mesi dalle elezioni presidenziali russe, Putin, o più precisamente la burocrazia autoritaria che gli ruota intorno, fra cui fa parte anche la ZIK (si pronuncia zeika’) e cioè la Commissione Centrale per le Elezioni, hanno negato ad Aleksei Navalny, l’oppositore con più seguito in Russia, il diritto di candidarsi.

La presidentessa della Commissione, Ella Panfilova, gli ha negato la possibilità di partecipare come candidato presidente a causa di un processo che lo aveva dichiarato colpevole nel 2013 di appropriazione indebita per 500.000 dollari. La legge N 19-ФЗ del 10.01.2003 dichiara infatti che nessun condannato per gravi reati può partecipare alle elezioni come candidato presidente se non sono passati almeno 10 anni dall’ultimo giorno di detenzione. Il processo venne dichiarato pero’ ingiusto e basato su moventi politici dalla Corte Europea dei Diritti Umani. La Corte Europea non può tuttavia modificare, ne avere prevalenza sulla legge di uno stato sovrano.

Navalny dunque non può sottrarsi alla decisione. Durante il dibattito con la Commissione, ha pero’ accusato quest’ultima di prendere decisioni politiche e ha sostenuto che la sua esclusione non farà altro che allontanare ancora di più le persone dalla politica. Ha aggiunto ironicamente di essere lui a fare il lavoro della commissione, sforzandosi “di portare più persone alle elezioni, di fare in modo che le persone sentano che il loro voto cambia le cose”. “Io rappresento milioni di persone, e, non avendomi permesso di partecipare, escludete milioni persone dal sistema politico: la vostra decisione è presa esattamente per questo” ha detto, visibilmente alterato.

“La decisione della corte russa che mi ha processato è stata resa invalida dalla corte Europea dei Diritti Umani, che la Russia riconosce, che ha stabilito che la Federazione Russa non ha agito in conformità ai principi della Corte Europea” ha continuato.

Concludendo, ha fatto appello alle coscienze dei membri della commissione: “non siete dei robot, ma persone, siete un organo indipendente, capisco che sia difficile, ma una volta nella vita, potete compiere non dico una gesto eroico, ma uno normale? Lasciate che qualcuno partecipi alle elezioni, fatelo…se non lo fate, vedrete come le persone non parteciperanno alle elezioni, come sciopereranno, nessuno può prevedere come saranno le elezioni ne quale sarà il loro risultato”.

La decisione della corte è pero’ irrevocabile e Navalny e il suo partito non saranno in lizza per governare la Russia.

 

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Aleksei Navalny difende la legittimità della propria candidatura alle elezioni presidenziali

Al di la’ delle simpatie politiche, (si può sostenere Putin per diverse ragioni come questo blog ha spesso fatto), non si può non notare la deformità di un sistema autoritario che si atteggi a democratico. Noi europei, in maggioranza, crediamo che la legge serva a limitare il potere dei potenti, a sostenere i diritti dei deboli che soccomberebbero ai forti. E quando questo non è, ci ribelliamo con precisa terminologia, punti di riferimento chiari. La legge in Russia, al contrario, è il potere di chi ha già potere. E più ha potere, più la legge lo asseconda. Il Leviatano di Hobbes, metafora dello stato autoritario ma necessario, in Russia non ha eliminato lo Stato di Natura, pericoloso terreno di lotta dove vince il più forte, ma lo ha legalizzato. L’ingiustizia è diventata più difficile e faticosa da combattere perché non viene compiuta mai fuori dalla legge, ma sempre all’interno di questa. Si cambia la legge perché non sia mai illegale sostenere il potere. Con qualunque metodo. Il fine non e’ la legalità, ma il sostegno al potere politico.                                                   Questo è pero’ un problema che va preso seriamente ed è in questo che si articola la differenza fra noi e la Russia.

L’Europa, a partire dal Feudalesimo fino all’Illuminismo ha sviluppato idee di “sviluppo” economico e sociale e “divisione” del potere. La Russia non ha seguito questo percorso, ed e’ arrivata al 1991 governata dalla stessa forma autoritaria che aveva agli albori della sua storia, a prima dell’anno mille, quando ancora era divisa in principati superstiziosi, deboli e divisi, caduti in preda dei Normanni, e poi dei Mongoli.

La Russia, e questo Blog l’ha spesso ricordato, vive una schizofrenia, una miso-filo-fobia nei confronti dell’Occidente, ed è quindi normale che addotti i nostri modelli in parte, non totalmente, e soprattutto a singhiozzo. Eccoci, nel 2018, mentre noi meditiamo sui diritti degli animali, davanti all’ibrido di “democrazia autoritaria” che i pensatori vicini a Putin, in particolare Anatoly Chubais, responsabile delle pazze privatizzazioni degli anni ’90, avevano preconizzato, parlando di un “Impero Liberale”.

Un autoritarismo, che per sua definizione non ha bisogno di leggi, si trova costretto per ragioni storiche, vere e presunte, a restare autoritario usando terminologia e strutture democratiche. Elezioni, legge, conformità alla legge, candidati, Stato di diritto, processo, democrazia. Il russo pronuncia queste parole goffamente, come se i concetti che esprime fossero una lingua straniera. Non ha la minima idea di chi abbia pensato tutto ciò, di chi sia un Montesquieu, un Hobbes, un Locke, un Voltaire.

Le parole russe, e cioè quelle non importate dall’estero in tutto il discorso politico sono parole di un mondo autoritario: “Stato” che nel nostro linguaggio indica una sovrastruttura legale, che precede e segue colui che detiene il potere, in russo è linguisticamente una proprietà legata chi governa: non esiste una parola russa per indicare lo Stato che non indichi al contempo il suo sovrano, Stato e re coincidono. Gosudar’ e Gosudar’stvo, come a dire Re e Regno.

Il parlamento, altro teatrino pleonastico nel panorama russo odierno, che fu “ottriato” dallo Zar Nicola II nel 1905 dopo la prima rivoluzione russa, esclude perfino etimologicamente il diritto di parola: non si chiama infatti Parlamento ma Duma, dal verbo russo dumat’, pensare. Pensare, ma non dire. Ciò che ha sempre contato in Russia e’ la volontà di un solo uomo, dello Zar, dell’imperatore e oggi di Putin, forse frenato da potentati economici che lo sostengono. Ma in Russia è difficile capire cose che in America sono chiare, e identificare le famose lobbies.

Ma se la Russia non parla un linguaggio democratico, può pensare democraticamente? E stabilito che non ne sia in grado, siamo noi nella posizione di insegnare agli ai russi o a chiunque non la pensi come noi quale via sia migliore per lo sviluppo sociale? E siamo in grado di farlo con metodi che non assomiglino a quelli che cerchiamo di debellare negli altri?

La vera domanda, che questa clamorosa ma attesa esclusione di Navalny porta a farsi, non è giuridica. Navalny legalmente ha torto, poiché la legge, svincolata dalla democrazia, può sempre dare torto a chi vuole. Il vero punto è questo: davvero la Russia può e deve diventare, oggi, un paese democratico secondo il nostro modello di democrazia? Chi sarebbero i vincitori e gli sconfitti di questo cambiamento epocale? Appiattire il mondo ad un unico modello economico, politico e sociale serve a semplificare il pensiero e gli scambi economici. Allo stesso tempo, accettare un potere arcaico svincolato dalla società, dal rispetto di diritti fondamentali e dall’inclusione dei gruppi sociali ci sembra, a ragione, un cattivo retaggio del passato. La semplicità non semplifica e “ci sono più cose in cielo e in terra” di quante ce ne siano nella nostra visione del mondo.

 

Incontri con la poesia russa del primo ‘900- Vladislav Chodosevic

Continua il nostro ciclo di incontri sulla poesia russa del primo ‘900, il nostro modo di ricordare il 1917, spartiacque per la storia non solo politica, ma anche culturale della Russia. Il secondo appuntamento con Francesca Lazzarin vuole promuovere al pubblico italiano la figura di un grande poeta dell’emigrazione russa: Vladislav Chodosevic

Gorkij lo chiamava “il migliore che vanti la Russia moderna” ma e’ poco conosciuto in Europa e in Italia. Vladislav Chodosevic si contende con Georgij Ivanov la palma del più importante poeta dell’emigrazione russa

Per traduzioni e informazioni più dettagliate sulla vita di Chodosevich, suggeriamo la lettura del Blog di Paolo Statuti

Buona visione!

Incontri con la poesia russa del primo ‘900 – Georgij Ivanov

Pubblichiamo il primo dei cinque incontri con la poesia russa del primo ‘900. Georgij Ivanov e’ considerato dagli studiosi, insieme a Chodosevic di cui parleremo la prossima settimana, il più alto poeta dell’emigrazione russa. Con Francesca Lazzarin ripercorriamo brevemente la sua vita e leggiamo un brano tratto dal suo “Diario Post-Mortem” del 1958.

A chi fosse interessato a saperne di più, consigliamo:

Diario Post-Mortem, a cura di Alessandro Niero, ed. Kolibris, 2013.

Buona visione!

Incontri con la poesia russa del primo ‘900. Introduzione

Inauguriamo oggi, a 100 anni dalla Rivoluzione di Ottobre, un ciclo di cinque incontri settimanali con la poesia russa del primo ‘900. Vi racconteremo, attraverso dettagli biografici, poesie e consigli per la lettura, poeti che hanno vissuto prima durante e dopo la rivoluzione. Poeti poco conosciuti dal grande pubblico, ma che sono entrati a pieno titolo nelle antologie della letteratura russa. Vi leggeremo versi sulla rivoluzione, ma anche versi profondamente personali, intimi, a sostegno o a contrasto del nuovo mondo comunista.

Accompagnati da Francesca Lazzarin, russista, docente di letteratura italiana presso la “Alta Scuola di Studi Economici” di Mosca, affronteremo cinque nomi di profonda rilevanza per comprendere la Russia di allora e, quindi, quella di oggi. Come dicono i russi: “Il poeta in Russia e’ molto più di un poeta.”

Buona visione!

La Russia non rinnova aiuti umanitari alle repubbliche separatiste in Ucraina

L’amministrazione della Federazione Russa non ha rinnovato “l’aiuto umanitario ai territori separatisti”, un riferimento chiaro alle province del Donbass e di Lugansk, in Ucraina orientale.  Il 1 Settembre scorso, al termine dell’incontro con il vice premier Dimitrij Kozaka, il Ministero delle finanze ha dato l’ordine di “eliminare dal budget per il 2018 e per il periodo fiscale 2019 e 2020, tutte le spese relative all’aiuto umanitario ai territori separatisti”.  Continua invece il sostegno alla Crimea e a Kaliningrad, regioni periferiche, ma strategicamente essenziali per Mosca.

Ricordiamo che dopo il brusco cambiamento di potere a Kiev nel febbraio del 2014, le regioni dell’est dell’Ucraina, storicamente e culturalmente russe, hanno iniziato una guerra di resistenza contro il governo filo-europeo di Kiev. La Russia, non avendo grande interesse strategico e soprattutto non potendo alzare a livelli irrecuperabili la tensione con la NATO , ha sempre sostenuto tiepidamente le due repubbliche dichiaratesi autonome e filo-russe. Ora non stupisce che le spese per il loro sostentamento siano state eliminate completamente dal Budget.

Kaliningrad e la Crimea sono invece di tutta un’altra rilevanza.

Kaliningrad, in realta’, e’ un organo residuale della seconda guerra mondiale. Territorio storicamente tedesco, poi parte del “corridoio polacco”, venne occupato dalla Russia durante gli anni finali della seconda guerra mondiale, come linea di difesa contro i nazisti. Oggi torna ad essere un avamposto rilevante per lo schieramento di truppe o di missili, nel caso, poco probabile ma molto giornalistico, di un conflitto fra la Russia e l’Occidente.

La vera ragione comunque, per la quale Kaliningrad resta alla Russia, (la stessa invero per cui il sud Tirolo resta all’Italia) e’ che gli Stati che potrebbero avanzare pretese su Kaliningrad, e cioe’ Polonia e Germania, da 50 anni non sono piu’ abituati (per fortuna) a vedere la mappa Europea in termini strategici e quindi con confini negoziabili.

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Kaliningrad, piede russo in Europa fra Stati Baltici e Polonia

 

La situazione delle Crimea e’ invece molto piu’ importante per Mosca, ed ha radici molto piu profonde. La Crimea e’ un cuore pulsante russo che si e’ trovato a far parte dell’Ucraina durante il confuso e arbitrario avvicendarsi di stati e staterelli sovrani dopo il tramonto dell’URSS. Durante gli anni 90 e il primo decennio del 2000, finche’ l’Ucraina ha svolto il ruolo di satellite russo, l’appartenenza della Crimea a Kiev era poco rilevante. Le truppe russe la’ presenti e gli interessi strategici e commerciali del Cremlino non venivano messi in discussione. Dopo il confuso sogno europeo delle piazze di Kiev, invece, con cui America ed Europa nascondevano interessi ben piu’ concreti,  Putin ha visto passare lo spettro di una Crimea in mano alla NATO, con tutto cio che questo comporta, ed e’ intervenuto. Questo blog si e’ sempre espresso in favore della ragionevolezza storica della “conquista” russa delle penisola della Crimea.

La Russia rinuncia quindi a sostenere i territori separatisti, sicuramente mossa utile per ulteriori negoziazioni con Ucraina, UE e USA. Putin perde una pedina che in fondo non era relistico tenere sullo scacchiere, ma con una mossa rende ridicole le accuse dell’occidente russofobico che lo dipingevano come aggressivo nostalgico dell’Impero Russo e si prepara a concentrare gli sforzi economici e diplomatici sulla vera vittoria geopolitica dell’era di Putin: la Crimea.