Geopolitica

La Russia non rinnova aiuti umanitari alle repubbliche separatiste in Ucraina

L’amministrazione della Federazione Russa non ha rinnovato “l’aiuto umanitario ai territori separatisti”, un riferimento chiaro alle province del Donbass e di Lugansk, in Ucraina orientale.  Il 1 Settembre scorso, al termine dell’incontro con il vice premier Dimitrij Kozaka, il Ministero delle finanze ha dato l’ordine di “eliminare dal budget per il 2018 e per il periodo fiscale 2019 e 2020, tutte le spese relative all’aiuto umanitario ai territori separatisti”.  Continua invece il sostegno alla Crimea e a Kaliningrad, regioni periferiche, ma strategicamente essenziali per Mosca.

Ricordiamo che dopo il brusco cambiamento di potere a Kiev nel febbraio del 2014, le regioni dell’est dell’Ucraina, storicamente e culturalmente russe, hanno iniziato una guerra di resistenza contro il governo filo-europeo di Kiev. La Russia, non avendo grande interesse strategico e soprattutto non potendo alzare a livelli irrecuperabili la tensione con la NATO , ha sempre sostenuto tiepidamente le due repubbliche dichiaratesi autonome e filo-russe. Ora non stupisce che le spese per il loro sostentamento siano state eliminate completamente dal Budget.

Kaliningrad e la Crimea sono invece di tutta un’altra rilevanza.

Kaliningrad, in realta’, e’ un organo residuale della seconda guerra mondiale. Territorio storicamente tedesco, poi parte del “corridoio polacco”, venne occupato dalla Russia durante gli anni finali della seconda guerra mondiale, come linea di difesa contro i nazisti. Oggi torna ad essere un avamposto rilevante per lo schieramento di truppe o di missili, nel caso, poco probabile ma molto giornalistico, di un conflitto fra la Russia e l’Occidente.

La vera ragione comunque, per la quale Kaliningrad resta alla Russia, (la stessa invero per cui il sud Tirolo resta all’Italia) e’ che gli Stati che potrebbero avanzare pretese su Kaliningrad, e cioe’ Polonia e Germania, da 50 anni non sono piu’ abituati (per fortuna) a vedere la mappa Europea in termini strategici e quindi con confini negoziabili.

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Kaliningrad, piede russo in Europa fra Stati Baltici e Polonia

 

La situazione delle Crimea e’ invece molto piu’ importante per Mosca, ed ha radici molto piu profonde. La Crimea e’ un cuore pulsante russo che si e’ trovato a far parte dell’Ucraina durante il confuso e arbitrario avvicendarsi di stati e staterelli sovrani dopo il tramonto dell’URSS. Durante gli anni 90 e il primo decennio del 2000, finche’ l’Ucraina ha svolto il ruolo di satellite russo, l’appartenenza della Crimea a Kiev era poco rilevante. Le truppe russe la’ presenti e gli interessi strategici e commerciali del Cremlino non venivano messi in discussione. Dopo il confuso sogno europeo delle piazze di Kiev, invece, con cui America ed Europa nascondevano interessi ben piu’ concreti,  Putin ha visto passare lo spettro di una Crimea in mano alla NATO, con tutto cio che questo comporta, ed e’ intervenuto. Questo blog si e’ sempre espresso in favore della ragionevolezza storica della “conquista” russa delle penisola della Crimea.

La Russia rinuncia quindi a sostenere i territori separatisti, sicuramente mossa utile per ulteriori negoziazioni con Ucraina, UE e USA. Putin perde una pedina che in fondo non era relistico tenere sullo scacchiere, ma con una mossa rende ridicole le accuse dell’occidente russofobico che lo dipingevano come aggressivo nostalgico dell’Impero Russo e si prepara a concentrare gli sforzi economici e diplomatici sulla vera vittoria geopolitica dell’era di Putin: la Crimea.

 

Il rimpasto a Kiev favorirà il dialogo con Mosca?

Pochi, nell’establishment politico russo, hanno commentato  le recenti dimissioni  del primo ministro ucraino Arsenij Yatseniuk.

Il 10 aprile scorso Yatseniuk ha annunciato le sue dimissioni e nei prossimi giorni il parlamento dovrà eleggere un nuovo primo ministro. Si pensa possa essere Volodymyr Groysman, attuale speaker del parlamento Ucraino, a succedere a Yatseniuk alla carica di primo ministro.                   Yatseniuk, diventato primo ministro dopo le proteste di Maidan negli ultimi mesi del 2013 che hanno costretto il presidente Viktor Yanukovych alla fuga, non e’ mai stato apprezzato dai politici russi, a causa delle sue dure dichiarazioni sulla politica russa e sui suoi leader.

Dimitrij Peskov, addetto stampa della Presidenza della Federazione Russa ha detto che “Yatseniuk non ha fatto nulla per normalizzare le relazioni fra le nostre due nazioni”, aggiungendo che “non ha fatto niente nemmeno per risolvere la crisi Ucraina”nella regione del Donbass.

Gli analisti russi sostengono che le dimissioni di Yatseniuk non impatteranno praticamente sulle relazioni fra Russia e Ucraina, ma che potrebbero avere un effetto psicologico importante. Secondo Vladimir Zharikhin, senza Yatseniuk al potere, le relazioni fra Mosca e Kiev potrebbero perdere quei connotati di “isteria e eccessiva intensità emotiva presenti fino ad adesso nella leadership ucraina.

Il Cremlino ha evidenziato che il banco di prova per chiunque occupi il ruolo di primo ministro nel futuro saranno gli Accordi di Minsk, indispensabili per una pacifica risoluzione del conflitto nel Donbass. Kiev e Mosca si accusano a vicenda di non adempiere alle clausole degli accordi, mentre i leader europei da un lato si lamentano con Mosca, dall’altro spingono perché Kiev risolva l’impasse politico che impedisce il progresso delle negoziazioni (per maggiori informazioni rimandiamo al video pubblicato da larussiadiputin.com qualche mese fa).

Igor Bunin invece, capo di un importante centro di ricerca, sostiene che non ci sarà nessun sostanziale cambiamento nei rapporti di forza a Kiev. Il nuovo governo avrà il sostegno di due partiti: quello di Yatseniuk, il partito del popolo, e del blocco che appoggia Poroshenko, l’attuale presidente. Eppure questa coalizione non avrà la maggioranza necessaria per “risolvere molte questioni compresa la questione del Donbass” ha detto Bunin.

Secondo gli accordi di Minsk, l’Ucraina ha preso l’impegno di modificare la costituzione concedendo uno statuto speciale al Donbass, ma per far passare questa modifica sono necessari i 2/3 dei voti.La maggioranza dei deputati invece sono su posizioni molto più radicali e rifiutano di concedere autonomia alle regioni secessioniste.

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Il Primo Ministro dimissionario Arsenij Yatseniuk

Versione originale su Russia Direct: http://www.russia-direct.org/russian-media/what-does-yatsenyuks-resignation-mean-russia

 

 

L’intervento russo in Siria è costato 480 milioni di dollari. Putin parla dopo il ritiro delle forze russe

L’operazione in Siria è stata finanziata sopratutto dal Ministero della Difesa, Putin ha detto ai militari impegnati nell’operazione.

“L’operazione militare in Siria ha avuto dei costi, sostenuti sopratutto dal Ministero della Difesa, circa 33 milioni di rubli, stanziati nel budget del 2015 per esercitazioni e addestramento. Abbiamo preso quei fondi e li abbiamo usati per finanziare la guerra in Siria” ha detto Putin.

“Nonostante il parziale ritiro delle forze russe dalla Siria, l’equilibrio sarà assicurato, e le forze patriottiche saranno in grado di combattere il terrorismo” ha detto Putin.”Quei soldati russi rimasti in Siria sono sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. Continueremo a fornire assistenza all’esercito siriano e alle autorità che combattono l’ISIS e altri gruppi terroristici come definiti dal consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite” ha detto Putin.

“Che tipo di equilibrio strategico ci sarà in Siria, dopo la riduzione delle truppe siriane? Un equilibrio più che soddisfacente; inoltre, grazie al nostro contributo e al rafforzamento  dell’esercito siriano, sono sicuro che vedremo nuovi successi contro il terrorismo nel prossimo futuro” ha detto il presidente.

Putin ha menzionato duri scontri in atto a Palmira: “spero che questa perla della civilizzazione umana, o ciò che ne resta ancora, venga restituita alla Siria e al mondo intero” ha detto.

“La Russia non aveva intenzione di entrare nella guerra civile siriana. Il futuro politico della Siria non deve essere deciso da altri se non dal popolo siriano. Lo scopo della Russia era di colpire il terrorismo…La lotta contro il terrorismo internazionale è giusta, e una lotta contro i nemici della civilizzazione, contro chi sparge barbarie e violenza cercando di annientare il profondo significato dei valori umanistici e spirituali su cui il mondo è fondato.” Putin ha aggiunto.

Inoltre, Putin ha detto che il ritiro delle truppe dalla Siria era stato concordato in anticipo con il presidente siriano Bashar Al-Assad.

“Vorrei inoltre notare la posizione del Presidente Assad. Noi vediamo il suo controllo, la sua sincera aspirazione alla pace e la sua preparazione al compromesso e al dialogo” ha concluso Putin.

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Fonte: Russia Beyond the Headlines

 

L’Ucraina non è uno stato sovrano ed è pericoloso trattarla come tale

Da qualunque punto di vista si osservi la crisi ucraina, non si può non convenire su un punto: l’Ucraina è soltanto un’espressione “geografica”, non un vero stato sovrano, con una propria comune identità e un centro unificatore. La Galizia, il Donbass, la Crimea sono altrettante Ucraine, ognuna delle quali potrebbe legittimamente chiedere un governo separato. La guerra che infiamma l’Ucraina da ormai due anni, combattuta in nome della libertà di Kiev di scegliere il proprio futuro, dimostra paradossalmente che l’Ucraina non esiste. Almeno non ne esiste soltanto una.

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La mappa mostra le macro aree che compongono l’Ucraina. La parte ad est orbita nell’area di influenza russa economicamente e culturalmente.

Mai concepita nella storia per essere uno stato sovrano, l’Ucraina vive la schizofrenia delle terre di confine. Non è protetta da alcuna barriera fisica ed è stata la culla della Russia pre-moderna dopo l’invasione dei vichinghi che navigavano sul fiume Dnepr nel IX secolo. Fu poi conquistata dai mongoli, i polacchi, parzialmente dagli austriaci  per poi venir riannessa da Caterina la grande all’impero russo nel XVIII secolo. A testimonianza di un passato fatto di mescolanze politiche ed etniche vivono oggi in Ucraina ungheresi, moldavi, romeni, polacchi, greci bulgari…Ci sono cattolici di quattro riti distinti, ortodossi russi, ucraini e greci, ebrei ed atei. L’Ucraina è un porto di mare più che uno stato, con marcatissime differenze etniche linguistiche ed economiche. A spartirsi il potere, come è avvenuto in molti stati ex-sovietici, sono un clan di oligarchi che ha fatto fortuna negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino. Secondo molti osservatori, sono proprio loro che beneficeranno dell’ingresso dell’Ucraina nel giro d’affari dell’Unione Europea, mentre il popolo, messo di fonte al fatto compiuto, si trova a combattere una guerra civile in nome di un’identità nazionale inesistente.

Priva di un passato indipendente e di una chiara identità l’Ucraina era l’ultimo stato al quale si potesse chiedere una netta presa di posizione geopolitica senza che questo causasse un conflitto civile. Eppure un’Unione Europea smaniosa di conquistare nuovi mercati, e un’America aggressivamente russofobica si sono comportati come se stessero dialogando con un Lussemburgo, e non con una terra di confine fragile e divisa nella quale si concentrano fondamentali interessi strategici russi. Quando Jankovic ha rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’UE nel 2013, avendo quest’ultimo ricevuto forti pressioni da Mosca perche entrasse invece a far parte dell’ Unione Euroasiatica, sembrava che di colpo l’Occidente scoprisse le ruberie di un tiranno e dovesse sostenere un popolo oppresso attaccato da Mosca come dal suo pupazzo Jankovic. Ignorando che questo popolo oppresso e innocente stava rispolverando il peggio del nazionalismo xenofobo del secolo scorso, in versione 2.0. Con un pressappochismo davvero sorprendente, i media occidentali non hanno mai mostrato quanto fosse composito e difficile il mosaico della rivolta ucraina, presentando i russi come cattivi e il popolo ucraino come martire.

L’Ucraina indipendente non è mai esistita. Per questo, il nazionalismo ucraino, immaginazione pura, è ipertrofico, violento, selvaggio. Il suo simbolo è Stepan Bandera, autore di stragi contro gli ebrei di inaudita crudeltà per conto dei nazisti. Bandera è tornato in auge durante le rivolte di Maidan, proteste vestite di una facile russofobia per non affrontare i veri problemi interni all’Ucraina: l’assenza totale di un demos ucraino, la mancanza di un’identità nazionale chiara e democratica e la dilagante corruzione, non certo portata a Kiev dai russi.

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Un manifestante ucraino sorregge un’immagine dei Stepan Bandera, leader dell’Esercito di Insurrezione Ucraino  e collaboratore dei nazisti.

E’ paradossale che sia l’Unione Europea, il tempio grigio della perdita di identità nazionale, a fungere da modello per la nuova identità ucraina. Si illudono gli ucraini di trovare risposte alle loro domande e soluzioni ai loro problemi entrando sotto l’influenza di Bruxelles. Bruxelles che talmente poco ha capito della frammentazione etnica e sociale ucraina che, oltre all’errore geopolitico madornale di entrare a gamba tesa in una terra di confine come l’Ucraina,  ha poi preteso di risolvere i problemi del paese buttando a fondo perduto miliardi ogni mese nelle casse di Kiev. Il governo di Poroshenko, protetto in ogni modo possibile dall’Occidente, non sta facendo alcuna vera riforma politica o sociale a beneficio del popolo ucraino che lo detesta sempre di più, mentre abbiamo perso il filo di intesa che avevamo con la Russia. Se l’Unione Europea avesse voluto davvero giocare da grande potenza internazionale avrebbe dovuto spingere per una neutralità dell’Ucraina, conservando il buon rapporto (sopratutto economico) con Mosca ed evitando la guerra civile in Ucraina. I media occidentali potranno dare la colpa a Putin fino a che anche noi europei vedremo che sostenere ad occhi chiusi le proteste Maidan avrà avuto dei costi enormi. Per tutti.

 

La versione di Putin che non sentiremo mai alla televisione

Il presidente Putin, intervistato dal giornale tedesco Bild, parla di sanzioni, geopolitica, e degli accordi di Minsk. L’occidente si concentra sulla Russia e estende di 6 mesi le sanzioni, ma chi non fa il proprio dovere e rallenta il processo di distensione fra Russia e Ucraina è proprio quest’ultima.

Il seguente video è sottotitolato in italiano (sottotitoli da attivare).

Le ragioni del conflitto russo-ucraino

Suggeriamo oggi questo approfondimento di RaiStoria sulle ragioni del conflitto russo-ucraino, che ripercorre i rapporti fra i due paesi e spiega la complessità di un argomento spesso trattato con troppi sentimenti e pochi ragionamenti.

 

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Una ragazza in Piazza Maidan, Ucraina, 6 Marzo 2014.

 

Per vedere il video cliccare sul seguente link: http://www.raistoria.rai.it/articoli/ucraina-russia-radici-di-una-crisi/25983/default.aspx

Gli errori che ora l’Occidente non deve fare: meno Wilson e più Richelieu

La terza guerra mondiale è scoppiata. Gli attentati di Parigi ci emozionano e ci commuovono, ma non c’è migliore modo per rendere omaggio alle vittime di questo ed altri attentati che fare in modo che essi non si ripetano più. Come?

Ci sono 3 errori da evitare

  1. L’Occidente non deve partire in quarta nel trovare il capro espiatorio nell’Islam e fomentare l’islamofobia. C’è un islam “terrorism free” ed è rappresentato da quei governi autoritari in Medio Oriente che l’Occidente ha cercato e sta cercando di rovesciare da due decenni. Aver eliminato Saddam, Gheddafi ed aver finanziato una guerra contro Assad non ha migliorato né le condizioni di vita dei cittadini di quei paesi né la stabilità internazionale. Anzi. Gli attentati di Parigi dovrebbero farci capire non che il mondo islamico è da annientare, ma farci capire da cosa fugge chi fugge dalle guerre islamiche in Siria e Iraq e bussa alle porte del mondo libero, e farci agire di conseguenza.
  2. Non agire moralmente ma agire con efficacia. Meno Wilson, più Richelieu. Questo non è tempo di polemiche, ma di riallineamenti. Lo stato islamico si chiama “Stato islamico di Siria ed Iraq”. Si cominci a cercare la stabilità in queste due zone. Purtroppo con buona pace dei cantori della libertà, la stabilità e la calma ora devono prevalere e deve prevalere un dialogo con l’Islam moderato, o se si vuole “istituzionale”, qualunque sia il grado di libertà di stampa che essi concedono ai propri popoli. Si devono chiarificare i rapporti ambigui con l’Arabia Saudita e coi paesi del golfo che starebbero finanziando l’ISIS per opporsi ad Assad, ma che fanno fruttare ottimi investimenti alle compagnie petrolifere occidentali.                                                                                                                               In una dichiarazione di oggi riportata dai media russi il presidente siriano Bashar Al-Assad, dopo aver espresso condoglianze alla Francia, ha detto che Parigi ha vissuto ieri ciò che in Siria accade da 5 anni. E’ così, e se si vuole fermare il terrorismo si deve essere cinici, realisti, allearsi coi tiranni, come fece Francesco I  re di Francia che si alleò col sultano Solimano per vincere la guerra contro l’accerchiamento asburgico; come Richelieu, cardinale della chiesa cattolica di Roma che si alleò coi protestanti per simili motivi. Basta isolare la Russia! Basta isolare Assad! La pace in Occidente vale bene la chiusura di un blog!                             Il nemico dell’Occidente non è l’Islam, ma il modo in cui esso (l’Occidente) vede e gestisce le crisi in Medio Oriente e nel mondo dal crollo dell’Unione Sovietica.
  3.  L’Occidente non deve rinunciare a cercare una forte identità europea.    Forse nel lungo periodo è necessario uno studio attento della nostra identità europea. Molti dei terroristi che si legano all’ISIS sono cittadini europei, spesso cresciuti in realtà difficili di emarginazione, che non hanno trovato un senso alla propria vita fino all’incontro con la causa jihadista. Questo dovrebbe farci riflettere ed aiutarci a ritrovare ciò che l’Occidente ha perso e che ci lascia orfani di una causa e di una vera coesione sociale: la fondamentale e reale dimensione dell’uguaglianza, della fratellanza e della libertà.
Il cardinale Richelieu

Il cardinale Richelieu

Henry Kissinger: la Russia va integrata non combattuta, chi non capisce ne pagherà le conseguenze

Traduciamo parte della lunga intervista a Henry Kissinger apparsa ad Agosto su The National Interest. Sulla Russia, Kissinger mette in guardia i falchi del governo americano: la Russia  è una grande potenza e va integrata, chi vuole combatterla ne pagherà le conseguenze.


Heilbrunn: Come pensa che gli Stati Uniti e l’Europa possano uscire dall’impasse in Ucraina?

Kissinger: Il problema per gli Stati Uniti non e’ uscire dall’impasse, ma risolverlo in un modo proficuo per l’ordine internazionale. Una serie di cose vanno capite. Primo, la relazione tra l’Ucraina e la Russia avrà sempre un carattere speciale nella mente russa. Non potra mai essere limitata ad una relazione fra due stati sovrani qualsiasi, non dal punto di vista russo almeno e forse nemmeno da quello ucraino. Quindi, quello che succede in Europa non si puo risolvere con formule e principi applicabili nell’Europa Occidentale, non in luoghi così vicini a Mosca e Stalingrado. In questo contesto va capito perché la crisi è cominciata. Non è possibile che Putin spenda sessanta miliardi di euro per trasformare un resort estivo in un villaggio olimpico, per poi cominciare una campagna militare dopo una settimana dalla cerimonia finale che presentava la Russia come parte della civilizzaione occidentale.                                                                                               Allora perché è nata la crisi? Ho incontrato Putin alla fine del novembre 2013. Ha parlato di diverse cose. Ha parlato dell’Ucraina solo alla fine, dicendo che era un problema economico che la Russia avrebbe risolto con tariffe e prezzo del petrolio. Il primo errore è stata la condotta avventata dell’Unione Europea. Non hanno capito le implicazioni di certe loro azioni. Da un lato la politica interna ucraina aveva reso impossibile per Yanukovich accettare gli accordi europei ed essere rieletto allo stesso tempo, dall’altro per la Russia era impossibile vedere la questione in puri termini economici. Quindi il presidente ucraino ha rifiutato le condizioni dettate dall’Unione Europea. Gli europei sono stati presi dal panico e Putin ha pensato che il momento fosse adatto per fare quello che aveva sempre voluto fare. Ha offerto 15 miliardi di dollari per fare entrare l’Ucraina nell’Unione doganale Euroasiatica. In tutto ciò l’America è restata a guardare. Non c’è stata alcuna discussione significativa con la Russia o con l’Europa su quello che stava succedendo. Ognuno agiva razionalmente, ma senza capire l’altra parte, mentre l’Ucraina scivolava nella rivolta di Maidan, proprio quando Putin stava per raccogliere i frutti del suo lavoro decennale per ridare alla Russia un nuovo status. Certo che Mosca non poteva fare altro che vedere l’Occidente come uno sfruttatore di quella che doveva essere una festa russa, per portare invece l’Ucraina fuori dall’orbita russa. E allora Putin ha cominciato a comportarsi come uno zar, come un Nicola I più di un secolo fa. Non sto discutendo le sue tattiche, le piazzo solo in un contesto…se noi trattiamo la Russia come una super potenza allora dobbiamo adesso cominciare a capire come i suoi interessi sono conciliabili con le nostre necessità.  Dobbiamo esplorare la possibilità di un territorio non militarizzato fra Russia e le odierne frontiere della NATO. L’Europa esita a occuparsi della Grecia. Sicuramente non si occuperà dell’Ucraina da sola. Per cui ci vuole una cooperazione tra l’Occidente e la Russia, in un’ Ucraina non allineata.  La crisi ucraina sta diventando una tragedia perche si confonde un obiettivo di lungo termine, l’ordine globale, con uno di breve termine, l’identità ucraina odierna. Io sono per un’ Ucraina indipendente, nei suoi confini odierni. Lo dico dal 1991. Quando si legge oggi che gruppi musulmani combattono per conto dell’Ucraina si capise come si sia perso il contatto con la realtà.

Heilbrunn: E’ un disasto, ovviamente.

Kissinger: Per me si. Significa che indebolire la Russia è diventato un obiettivo, quando bisognerebbe integrarla.

Heilbrunn: Eppure assistiamo ad un ritorno, almeno a Washington, di falchi neoconservatori e liberali che sono determinati a “spezzare la schiena” alla Russia.

Kissinger: Fino a che non ne pagheranno le conseguenze. Il problema con le guerre americane dal 1945 ad oggi, è stata unire una strategia a cio che era possibile fare. Le cinque guerre che abbiamo combattuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono tutte cominciate con grande entusiasmo. Ma i falchi non hanno mai vinto alla fine. Alla fine erano una minoranza. Non dovremmo cominciare un conflitto se non siamo capaci, dall’inizio, di dichiararne lo scopo e se non siamo in grado di sostenere lo sforzo necessario per arrivare a quello scopo.

Heilbrunn: Ma continuiamo a fare gli stessi errori.

Kissinger: Perche ci rifiutiamo di imparare dagli errori. Perche siamo essenzialmente un popolo astorico. Non si insegna piu oggi la storia come una sequenza di eventi oggi nelle scuole. Ci sono solo argomenti senza contesti.

Henry Kissinger

Henry Kissinger

Perche sulla Crimea e su Kiev ha ragione Putin

Se la legittimità del possesso di un determinato territorio fosse dato da Dio, potremmo stare sicuri dell’equità e della giustezza delle sue decisioni. Il possesso di un territorio è invece un affare tutto umano e quindi tutto discutibile, emendabile, migliorabile. Basarlo sulla volontà popolare, liberamente espressa, invece che sui capricci di un tiranno è cosa ammirevole, ed è una conquista del mondo contemporaneo. Eppure, sembra che non tutte le volontà siano uguali. Chi difende a spada tratta, come fa l’Occidente, l’appartenenza della Crimea all’Ucraina, sostenendo che il referendum popolare del marzo 2014 e’ illegittimo, finge di dimenticare che la Crimea fu regalata da Krushev all’Ucraina, per motivi logistici ed economici. Forse che regalare il territorio di  repubblica autonoma, con tutti coloro che vi abitano, è legalmente più corretto e giusto che non annettersela con un referendum? L’appartenenza della Crimea all’Ucraina fu sancita da un trasferimento arbitrario di un leader di una parte di uno Stato (scomparso) ad un’altra parte dello stesso Stato (scomparso), del quale la Crimea era una repubblica autonoma. E dunque: perche’ un referendum, anche illegittimo, non dovrebbe avere  la stessa forza normativa  perlomeno di quel pasticcio? Tanto più che il referendum del marzo 2014 è stato formulato con grande chiarezza. I quesiti del referendum, riportati in russo, ucraino e tataro erano due: “Siete a favore della riunificazione della Crimea con la Russia come entità costituente?” (si o no) e, alternativamente, “Siete a favore dell’ applicazione della costituzione della repubblica di Crimea del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina?”(si o no). Più del 90% dei votanti ha espresso il desiderio di riunirsi alla Russia: questa è la volontà di auto-determinazione degli abitanti della Crimea, russi etnici al 58% e russofoni al 97%.

Festeggiamenti in Crimea dopo il referendum. Marzo 2104

Festeggiamenti in Crimea dopo il referendum. Marzo 2014

Referendum illegittimo, sostiene l’Europa! Se fossi stato Putin, avrei sostenuto che erano piuttosto illegittime le elezioni del giugno successivo, che hanno portato al potere Poroshenko: metà del paese era in guerra civile ed era quindi impossibilitato a votare. Sulle opinioni giuridiche in merito alla legittimità del referendum in Crimea si può discutere a lungo. E’ consuetudine ritenere, non senza ragione, che il referendum di secessione debba essere approvato dal governo centrale, quindi dalla maggioranza. Ma come si possono veramente garantire i diritti di autodeterminazione di una minoranza, se il mezzo con cui questo può essere fatto è l’approvazione della maggioranza?  E se il governo centrale – il governo di Poroshenko a Kiev – non è un governo eletto con la partecipazione della minoranza che richiede la secessione? Voci autorevoli, sostengono infatti che il referendum in Crimea sia pienamente legittimo e al proposito val la pena suggerire la lettura di un articolo di Michael S. Rozeff, riportato sul sito del Ron Paul Institute.  Ottimo articolo controcorrente.

Questo è un dibattito giuridico, di per sé sterile: se si può caldeggiare l’autodeterminazione del Kosovo o della Crimea, e si possono capire le istanze di Scozia e Catalogna è più difficile emozionarsi per la causa del Veneto. Per fortuna che non esiste una norma rigida a regolare un mondo così diverso!

Procediamo: perché Putin ha ragione nel dire che la crisi Ucraina è figlia di un desiderio dell’America di limitare il raggio di azione di Mosca, e ha ragione quindi a rispondere con pari forza a questa ingerenza al di là di ogni valutazione giuridica?

  1. Dopo un violento cambio di indirizzo politico a Kiev, non organizzato, ma sicuramente spinto e sovvenzionato dall’America, l’Ucraina si trova con un governo che è uno strano mostro, un misto di fascismo, guerra tribale ucraina e euroatlantismo: ci sono membri del governo filo-nazisti, il presidente Poroshenko è un’oligarca appartenente ad uno dei clan che si spartiscono il potere in Ucraina ed è stato informatore del Dipartimento di Stato Americano dal 2006 (fonte: Wikileaks). E, infine, il Ministro delle Finanze del governo di Kiev è una cittadina americana. America, si non caste, caute!
  2. Così’ come nessuno dovrebbe privare la Crimea del suo sogno russo, nessuno vuole  privare l’Ucraina del suo sogno europeo. E’ interessante tuttavia capire da dove venga l’eurofilia di Maidan. Da un lato, certamente nell’ovest e nel nord del paese, da un disordinato nazionalismo russofobo che nutre le masse; dall’altro – come sostiene Eugenio di Rienzo in nel suo Il conflitto Russo-Ucraino – dall'”irresistibile attrazione delle élites verso il modello di vita delle liberaldemocrazie europee”. Secondo Di Rienzo, L’ Unione Europea sarebbe”la scelta degli oligarchi di Kiev, preoccupati di essere tagliati fuori dal giro speculativo del mercato finanziario occidentale”. Putin, in un suo discorso ai giornalisti, pur riaffermando l’insindacabilità delle scelte di Kiev, sostiene che sia molto facile per le élites speculare sulla opaca informazione di un popolo al riguardo dell’ ingresso nell’Unione Europea: “Volete vivere come a Parigi?” “certo!”…e che altro volete che rispondano?…Ma avete letto cosa deve firmare l’Ucraina per entrare in Europa?…i mercati vengono aperti, senza soldi, e ci saranno standard obbligatori di merci e regolamenti europei che diventano automatici anche in Ucraina. Questo significa che bisogna chiudere la produzione in Ucraina, l’agricoltura non si svilupperà…l’ho già detto, l’Ucraina diventerà un appendice agricola dell’Unione Europea”.  E poi, continua Putin, se le merci europee entrano in Ucraina, la quale ha accordi preferenziali con la Russia, quest’ultima sarebbe costretta a chiudere i confini, mettendo in difficoltà coloro che esportano ora verso Mosca, tanti, soprattutto nei settori dell’aeronautica, cantieristica, ingegneria meccanica. Un conto, insomma, è la finanza, un altro l’economia reale. Quanto può beneficiare il popolo ucraino entrando nell’UE? E quanto può beneficiare l’UE dall’ingresso dell’Ucraina? Possiamo immaginare Angela Merkel convincere il parlamento di Kiev a ospitare una quota di rifugiati siriani? Non sarebbe più intelligente caldeggiare per un’ Ucraina neutra tra Europa e Russia, fuori dalla Nato e con legami economici da stabilirsi passo passo, secondo le evoluzioni politiche dei tre attori coinvolti?
  3. Infine Putin ha ragione dal punto di vista geopolitico. La NATO, organizzazione militare nata per contrastare proprio la Russia nel 1949, avanza inesorabilmente verso il confine russo. Dopo la promessa fatta alla Russia agli inizi degli anni 90 di non allagare l’alleanza atlantica al vecchio blocco sovietico, la NATO ha ingoiato Repubblica Ceca Ungheria e Polonia nel ’99, nel 2004   Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia, nel 2009 di Albania e Croazia. Georgia e Ucraina, teatri delle cosiddette rivoluzioni colorate, sono le prossime nella lista. La giusta obiezione che si può fare è che ogni stato libero è libero di aderire a qualsivoglia organizzazione. In principio è un discorso giustissimo, ma per accedere alla NATO bisogna essere invitati dalla NATO. L’iniziativa dello stato aderente non compare proprio nella procedura se non in senso negativo, per un possibile(?) rifiuto ad aderire. L’articolo 10 del Trattato nato dice :”The Parties may, by unanimous agreement, invite any other European State in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area to accede to this Treaty. Any State so invited may become a Party to the Treaty by depositing its instrument of accession with the Government of the United States of America. The Government of the United States of America will inform each of the Parties of the deposit of each such instrument of accession.” L’annessione dell’Ucraina all’area economica europea e eventualmente all’aerea politica rischiano di far entrare, in un futuro non vicino ma neanche lontanissimo, l’Ucraina nella NATO. In uno scenario del genere, come potrebbe la Crimea stare nel blocco atlantico e ospitare basi militari russe allo stesso tempo?                                                                 Se il Kosovo non deve fare precedente giuridico per il referendum in Crimea, può comunque aiutare a capire come si comportano gli Stati Uniti nell’Europa dell’Est. Il Kosovo “salvato” dalle bombe NATO (sganciate, quelle si, senza alcun “diritto”) ospita ora la più grande base militare americana in Europa, Camp Bondsteel, strategicamente posizionata tra Balcani e medio oriente.  Come avrebbe fatto gola a Washington una base ancora più grande e ancora più strategicamente piazzata, fra il Mar Nero e la Russia!
La penisola di Crimea, contesa fra Russia e Ucraina

La penisola di Crimea, contesa fra Russia e Ucraina