Geopolitica

La tragedia dell’Est Europa è a Kiev

Kiev, 12 Febbraio 2018. Mentre pranza al ristorante Suluguni, Michail Saakashvili, ex presidente georgiano e nemico acerrimo di Putin, viene prelevato di forza da uomini in tenuta mimetica e trascinato via a forza in un furgone bianco. Il giorno dopo viene estradato in Polonia.
Non è un film di spionaggio, ma la complessa realtà che lega le rivoluzioni anti-russe degli ultimi 15 anni e evidenzia drammaticamente l’impossibilità dell’Est Europa di liberarsi dal morboso susseguirsi di dittature e oligarchie.
Cosa ci faceva l’ex presidente georgiano a Kiev? Chi sono le persone che lo hanno prelevato? Che ruolo ha Saakashvili nella ricostruzione dell’Ucraina dopo il colpo di stato del 2013-2014?
Cominciamo dall’inizio.
Molti ricordano gli eventi del 2013-14, iniziati con la protesta di Maidan contro il presidente filorusso Yanukovic. Dopo aver fatto dietro front su un accordo di associazione con l’Unione Europea che chiedeva riforme sostanziali del Paese in cambio di un prestito di 700 milioni di euro circa, Yanukovic si era gettato nelle braccia di Mosca che non chiedeva alcuna riforma scomoda ed era pronta a concedere cifre ben superiori. Il popolo allora, che vedeva nell’Europa un modello di libertà, scese in piazza. Occasione ghiotta per i nemici  interni ed internazionali del presidente Yanukovic e del sodalizio russo-ucraino. Con un colpo di stato, appoggiato dagli Stati Uniti e dagli intellettuali europei come Henry-Levy che definirono a priori, senza grandi analisi ma con grande slancio emotivo l’Ucraina «il cuore battente dell’Europa», dove gli oppressi finalmente si liberavano del giogo della dittatura di Putin. I governi e i media occidentali, che allora senza distinzione accolsero con favore la virata filo europeista di Kiev, hanno poi perso l’interesse sulla questione ucraina. Anche a causa di questa caduta di interesse, nel Paese tutt’ora imperversa la guerra civile, mentre Europa e Russia continuano a non trovare un punto comune. Ma nessuno si chiede cosa faccia Kiev?
I recenti avvenimenti sono molto indicativi di dinamiche politiche e sociali che ricordano la Russia degli anni novanta. L’Ucraina dopo la rivoluzione sembra essere un buco nero di corruzione e oligarchia alle porte dell’Europa.
Pietro Poroshenko, attuale presidente e businessman con una fortuna stimata di 700 milioni di dollari e il controllo di 3 reti televisive, ha un consenso del 15% nonostante la sua aperta politica di avvicinamento all’UE.
Perché non sono contenti gli ucraini, che ora possono godere di un regime visa-free per visitare le grandi città d’europa?
In realtà, la ragione principale delle proteste non era l’amore per le Istituzioni Europee o la fatica di procurasi un visto per vedere Parigi, ma l’attrazione per un’idea astratta di Europa, potremmo dire di Europa Occidentale, vista come un blocco di paesi liberi e di buon governo.
Costumi e modi di vivere concreti dunque, non istituzioni astratte.
Sembra che Poroshenko abbia interpretato male le proteste di piazza. A quattro anni dalla rivoluzione sembra che l’Ucraina sia pronta ad entrare nell’UE: sono state prese misure macroeconomiche che facilitano gli investimenti esteri e tutelano i capitali locali e l’accesso al credito internazionale. Allo stesso tempo l’Ucraina non sembra affatto pronta ad entrare in Europa: cresce il senso di diffidenza per le istituzioni e il malcontento per una corruzione percepita come mai così alta nella storia del paese. Secondo Transparency international pone l’Ucraina (di oggi, non di 4 anni fa) al 131 posto su 176 paesi.
Fatta questa premessa torniamo a Saakashvili. L’ex presidente georgiano (2004-2013) ha sempre tenuto un atteggiamento fortemente contrario a Mosca e ha iniziato le procedure di avvicinamento all’Unione Europea. Nel 2008 fu lui ad attaccare le truppe russe di stanza in Ossetia scatenando la guerra russo-georgiana. In patria  è ricercato per abuso di potere ed è stato condannato in contumacia, per aver coperto degli omicidi avvenuti sotto la sua presidenza. E’ anche noto per aver svolto un eccellente lavoro contro la corruzione nel paese.
Dopo la rivoluzione ucraina, Poroshenko aveva bisogno di un profilo come il suo: anti-russo, anzi personale acerrimo nemico di Putin (che aveva detto di volerlo impiccare) e paladino della lotta alla corruzione.
A Saakashvili viene così concessa la cittadinanza ucraina, poi viene nominato governatore di Odessa nel 2015 e per un anno svolge il suo compito di lotta alla corruzione e aumenta il proprio consenso popolare (ora intorno al 40%). Questo inevitabilmente lo ha portato ad un crescente conflitto con Poroshenko. Saakashvili non ha nascosto l’intenzione di competere con il presidente per governare l’Ucraina.
Senza troppo riguardo per i diritti umani, Poroshenko gli ha revocato la cittadinanza (ora Saakashvili e’ apolide), e lo ha estradato in Polonia.
Ecco l’Ucraina che stiamo accogliendo in Europa.
Le riforme mancate di Poroshenko del sistema giudiziario e la timida e forse non disinteressata lotta alla corruzione e agli abusi di potere non hanno affatto dato al popolo ciò che il popolo voleva.
Le riforme finora hanno aperto una strada economica fra Bruxelles e Kiev, senza eliminare i difetti fondamentali di un paese corrotto e profondamente illiberale.
L’estradizione di Saakashvili è forse da vedere come un simbolo della corruzione che torna nel paese?
I ricchi di Kiev stanno meglio e la popolazione sta come prima, ma doppiamente frustrata a causa di una rivoluzione mancata.

I popoli sono come i malati a letto, diceva un filosofo francese scettico delle rivoluzioni: ogni movimento che fanno per cambiare posizione da loro l’illusione che staranno meglio.

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Kiev 12 Febbraio. L’arresto di Saakashvili

A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione. La Russia di Putin non racconta la Storia, ma il mito del potere infallibile.

Il centenario della Rivoluzione del 1917 è trascorso senza la minima attenzione in Russia mentre nel resto del mondo sono fiorite conferenze, mostre e memoriali di diverso genere.
L’attuale potere russo evidentemente non sa come raccontarla. Evento glorioso o pericoloso, importato dall’Occidente o profondamente russo? E cosa rischia il potere a ricordare un evento che rovesciò il potere?
Ritorna in mente la battuta di un diplomatico cinese che, nel 1989, evitò con arte l’imbarazzo alla domanda su cosa ne pensasse della rivoluzione francese, dopo che il governo di Pechino aveva violentemente represso le proteste di piazza Tiananmen. Rispose: “E’ un evento troppo recente perché io lo possa commentare. Non è ancora diventato storia.”
Ecco. La rivoluzione russa non è ancora diventata storia per la Russia di Putin.
E allora la rivoluzione del 1917 viene taciuta perché troppo recente, mentre da ogni lato si mette in guardia il popolo dall’idea stessa di rivoluzione, un evento non necessario, ma dannoso. “A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione” aveva detto Putin il 27 ottobre 2016 davanti ad una platea di investitori. Rassicurati i ricchi, ora bisogna rassicurare il popolo.
In Russia, come in quasi tutti i Paesi, esistono canali di propaganda. Il più visto dai russi è “Primo Canale”, un misto di propaganda politica e distrazione di massa, che si alternano per ventiquattro ore al giorno.
Ed ecco che con stupore vedo apparire una riproduzione storica della prima grande rivoluzione russa, detta dei “Decabristi”. Correva l’anno 1825. Giovani ufficiali aristocratici, che avevano combattuto contro Napoleone, chiedevano ora una costituzione liberale e maggiori diritti per il popolo. La rivoluzione si concluse con l’impiccagione o l’esilio per i responsabili. Uno degli impiccati, dopo che si era rotta la corda che avrebbe dovuto strozzarlo, esclamò, mentre lo riappendevano: “Maledetto paese! Non si riesce nemmeno a morire».
Colpisce che i responsabili di questa rivoluzione vengono ora presi di mira con un documentario farsa, prodotto da Indigo Studios, mostrato proprio su “Primo Canale”. Storici russi commentano con parole molto forti una ricostruzione degli eventi in costumi d’epoca accompagnati da musica da film dell’orrore. Fra le frasi più interessanti: “I rivoluzionari non erano animati da ideali di libertà e uguaglianza, ma da ambizioni personali e sete di potere», oppure “la rivoluzione serve a fare carriera per che vi partecipa”. La rivoluzione è definita più volte “imbroglio” degli ufficiali, che porta alla giusta punizione.
Ancora una volta, e con formule ormai rodate, il potere viene presentato come garante dell’ordine; i rivoluzionari come ambiziosi carrieristi e ingannatori del popolo.
Mi tornano in mente le parole che Putin utilizza sempre, parlando dei suoi oppositori.
«Cosa vogliono Nemzov, Rizhkov e tutti gli altri che vogliono prendere il mio posto?» ha dichiarato notoriamente Putin, «Denaro e potere, nient’altro. Negli anni ’90 hanno già fatto incetta di miliardi, come quegli altri che ora sono in prigione…e sono sicuro che se non li fermeremo non si limiteranno a qualche miliardo, ma venderanno tutta la Russia»
Putin insomma protegge il popolo dalle avide ambizioni dei carrieristi.
Il problema è che non solo non esiste dibattito pubblico (davvero gli oppositori di Putin sono tutti ladri?), ma l’intera storia della Russia viene presentata come un potere giusto, uno zar buono, che ha dovuto sopportare rivoluzioni ingiuste da parte di carrieristi nell’esercito o nell’intelligenzia. Già nella seconda metà dell’800, prime testimonianze di intellettuali che si avventuravano nella sconfinata terra russa, raccontano di come i contadini, che vivevano in condizioni disumane e venivano continuamente privati del loro raccolto, fossero convinti che lo Zar fosse buono e che fossero i suoi funzionari ad essere dei demoni, e auguravano allo Zar lunga vita, perché potesse avere tempo di combattere contro i suoi corrotti funzionari locali.
E allora come fa impressione notare, nell’ultima conferenza stampa di Putin, nel formato “linea diretta” col popolo, la domanda di un vecchietto dalla sala: ‘Vladimir Vladimirovich, il 90% delle domande di oggi sono di carattere sociale, perché anche i governatori (poteri regionali equivalenti ai presidenti di regione ndr), non si espongono così alle domande? Li obblighi a lavorare, e a non aumentare il Suo di lavoro…”
E così, il popolo russo di oggi, obbligato alla continua propaganda e condannato da una storia di potere presentato come infallibile, crede che tutto il male che c’è in Russia derivi dalla corruzione di funzionari che Putin non può controllare e dalla perniciosa guerra culturale che l’Occidente fa al popolo russo.
Passano i secoli e cambiano i regimi, ma la Russia è sempre simile a se stessa: uno stato gigantesco, troppo grande per essere democratico e troppo autoritario per essere davvero grande. Di che rivoluzioni parliamo allora? Nel 1917 e nel 1991 il potere assoluto ha solo cambiato colore. La vera rivoluzione russa sarebbe un potere debole e una società forte e la stiamo ancora aspettando.
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Un’opera dell’artista Aleksander Kosolapov, attivo sopratutto negli anni 80-90

Navalny escluso dalle elezioni: l’ipocrisia della democrazia di facciata

Il 25 dicembre 2017, a tre mesi dalle elezioni presidenziali russe, Putin, o più precisamente la burocrazia autoritaria che gli ruota intorno, fra cui fa parte anche la ZIK (si pronuncia zeika’) e cioè la Commissione Centrale per le Elezioni, hanno negato ad Aleksei Navalny, l’oppositore con più seguito in Russia, il diritto di candidarsi.

La presidentessa della Commissione, Ella Panfilova, gli ha negato la possibilità di partecipare come candidato presidente a causa di un processo che lo aveva dichiarato colpevole nel 2013 di appropriazione indebita per 500.000 dollari. La legge N 19-ФЗ del 10.01.2003 dichiara infatti che nessun condannato per gravi reati può partecipare alle elezioni come candidato presidente se non sono passati almeno 10 anni dall’ultimo giorno di detenzione. Il processo venne dichiarato pero’ ingiusto e basato su moventi politici dalla Corte Europea dei Diritti Umani. La Corte Europea non può tuttavia modificare, ne avere prevalenza sulla legge di uno stato sovrano.

Navalny dunque non può sottrarsi alla decisione. Durante il dibattito con la Commissione, ha pero’ accusato quest’ultima di prendere decisioni politiche e ha sostenuto che la sua esclusione non farà altro che allontanare ancora di più le persone dalla politica. Ha aggiunto ironicamente di essere lui a fare il lavoro della commissione, sforzandosi “di portare più persone alle elezioni, di fare in modo che le persone sentano che il loro voto cambia le cose”. “Io rappresento milioni di persone, e, non avendomi permesso di partecipare, escludete milioni persone dal sistema politico: la vostra decisione è presa esattamente per questo” ha detto, visibilmente alterato.

“La decisione della corte russa che mi ha processato è stata resa invalida dalla corte Europea dei Diritti Umani, che la Russia riconosce, che ha stabilito che la Federazione Russa non ha agito in conformità ai principi della Corte Europea” ha continuato.

Concludendo, ha fatto appello alle coscienze dei membri della commissione: “non siete dei robot, ma persone, siete un organo indipendente, capisco che sia difficile, ma una volta nella vita, potete compiere non dico una gesto eroico, ma uno normale? Lasciate che qualcuno partecipi alle elezioni, fatelo…se non lo fate, vedrete come le persone non parteciperanno alle elezioni, come sciopereranno, nessuno può prevedere come saranno le elezioni ne quale sarà il loro risultato”.

La decisione della corte è pero’ irrevocabile e Navalny e il suo partito non saranno in lizza per governare la Russia.

 

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Aleksei Navalny difende la legittimità della propria candidatura alle elezioni presidenziali

Al di la’ delle simpatie politiche, (si può sostenere Putin per diverse ragioni come questo blog ha spesso fatto), non si può non notare la deformità di un sistema autoritario che si atteggi a democratico. Noi europei, in maggioranza, crediamo che la legge serva a limitare il potere dei potenti, a sostenere i diritti dei deboli che soccomberebbero ai forti. E quando questo non è, ci ribelliamo con precisa terminologia, punti di riferimento chiari. La legge in Russia, al contrario, è il potere di chi ha già potere. E più ha potere, più la legge lo asseconda. Il Leviatano di Hobbes, metafora dello stato autoritario ma necessario, in Russia non ha eliminato lo Stato di Natura, pericoloso terreno di lotta dove vince il più forte, ma lo ha legalizzato. L’ingiustizia è diventata più difficile e faticosa da combattere perché non viene compiuta mai fuori dalla legge, ma sempre all’interno di questa. Si cambia la legge perché non sia mai illegale sostenere il potere. Con qualunque metodo. Il fine non e’ la legalità, ma il sostegno al potere politico.                                                   Questo è pero’ un problema che va preso seriamente ed è in questo che si articola la differenza fra noi e la Russia.

L’Europa, a partire dal Feudalesimo fino all’Illuminismo ha sviluppato idee di “sviluppo” economico e sociale e “divisione” del potere. La Russia non ha seguito questo percorso, ed e’ arrivata al 1991 governata dalla stessa forma autoritaria che aveva agli albori della sua storia, a prima dell’anno mille, quando ancora era divisa in principati superstiziosi, deboli e divisi, caduti in preda dei Normanni, e poi dei Mongoli.

La Russia, e questo Blog l’ha spesso ricordato, vive una schizofrenia, una miso-filo-fobia nei confronti dell’Occidente, ed è quindi normale che addotti i nostri modelli in parte, non totalmente, e soprattutto a singhiozzo. Eccoci, nel 2018, mentre noi meditiamo sui diritti degli animali, davanti all’ibrido di “democrazia autoritaria” che i pensatori vicini a Putin, in particolare Anatoly Chubais, responsabile delle pazze privatizzazioni degli anni ’90, avevano preconizzato, parlando di un “Impero Liberale”.

Un autoritarismo, che per sua definizione non ha bisogno di leggi, si trova costretto per ragioni storiche, vere e presunte, a restare autoritario usando terminologia e strutture democratiche. Elezioni, legge, conformità alla legge, candidati, Stato di diritto, processo, democrazia. Il russo pronuncia queste parole goffamente, come se i concetti che esprime fossero una lingua straniera. Non ha la minima idea di chi abbia pensato tutto ciò, di chi sia un Montesquieu, un Hobbes, un Locke, un Voltaire.

Le parole russe, e cioè quelle non importate dall’estero in tutto il discorso politico sono parole di un mondo autoritario: “Stato” che nel nostro linguaggio indica una sovrastruttura legale, che precede e segue colui che detiene il potere, in russo è linguisticamente una proprietà legata chi governa: non esiste una parola russa per indicare lo Stato che non indichi al contempo il suo sovrano, Stato e re coincidono. Gosudar’ e Gosudar’stvo, come a dire Re e Regno.

Il parlamento, altro teatrino pleonastico nel panorama russo odierno, che fu “ottriato” dallo Zar Nicola II nel 1905 dopo la prima rivoluzione russa, esclude perfino etimologicamente il diritto di parola: non si chiama infatti Parlamento ma Duma, dal verbo russo dumat’, pensare. Pensare, ma non dire. Ciò che ha sempre contato in Russia e’ la volontà di un solo uomo, dello Zar, dell’imperatore e oggi di Putin, forse frenato da potentati economici che lo sostengono. Ma in Russia è difficile capire cose che in America sono chiare, e identificare le famose lobbies.

Ma se la Russia non parla un linguaggio democratico, può pensare democraticamente? E stabilito che non ne sia in grado, siamo noi nella posizione di insegnare agli ai russi o a chiunque non la pensi come noi quale via sia migliore per lo sviluppo sociale? E siamo in grado di farlo con metodi che non assomiglino a quelli che cerchiamo di debellare negli altri?

La vera domanda, che questa clamorosa ma attesa esclusione di Navalny porta a farsi, non è giuridica. Navalny legalmente ha torto, poiché la legge, svincolata dalla democrazia, può sempre dare torto a chi vuole. Il vero punto è questo: davvero la Russia può e deve diventare, oggi, un paese democratico secondo il nostro modello di democrazia? Chi sarebbero i vincitori e gli sconfitti di questo cambiamento epocale? Appiattire il mondo ad un unico modello economico, politico e sociale serve a semplificare il pensiero e gli scambi economici. Allo stesso tempo, accettare un potere arcaico svincolato dalla società, dal rispetto di diritti fondamentali e dall’inclusione dei gruppi sociali ci sembra, a ragione, un cattivo retaggio del passato. La semplicità non semplifica e “ci sono più cose in cielo e in terra” di quante ce ne siano nella nostra visione del mondo.

 

La Russia non rinnova aiuti umanitari alle repubbliche separatiste in Ucraina

L’amministrazione della Federazione Russa non ha rinnovato “l’aiuto umanitario ai territori separatisti”, un riferimento chiaro alle province del Donbass e di Lugansk, in Ucraina orientale.  Il 1 Settembre scorso, al termine dell’incontro con il vice premier Dimitrij Kozaka, il Ministero delle finanze ha dato l’ordine di “eliminare dal budget per il 2018 e per il periodo fiscale 2019 e 2020, tutte le spese relative all’aiuto umanitario ai territori separatisti”.  Continua invece il sostegno alla Crimea e a Kaliningrad, regioni periferiche, ma strategicamente essenziali per Mosca.

Ricordiamo che dopo il brusco cambiamento di potere a Kiev nel febbraio del 2014, le regioni dell’est dell’Ucraina, storicamente e culturalmente russe, hanno iniziato una guerra di resistenza contro il governo filo-europeo di Kiev. La Russia, non avendo grande interesse strategico e soprattutto non potendo alzare a livelli irrecuperabili la tensione con la NATO , ha sempre sostenuto tiepidamente le due repubbliche dichiaratesi autonome e filo-russe. Ora non stupisce che le spese per il loro sostentamento siano state eliminate completamente dal Budget.

Kaliningrad e la Crimea sono invece di tutta un’altra rilevanza.

Kaliningrad, in realta’, e’ un organo residuale della seconda guerra mondiale. Territorio storicamente tedesco, poi parte del “corridoio polacco”, venne occupato dalla Russia durante gli anni finali della seconda guerra mondiale, come linea di difesa contro i nazisti. Oggi torna ad essere un avamposto rilevante per lo schieramento di truppe o di missili, nel caso, poco probabile ma molto giornalistico, di un conflitto fra la Russia e l’Occidente.

La vera ragione comunque, per la quale Kaliningrad resta alla Russia, (la stessa invero per cui il sud Tirolo resta all’Italia) e’ che gli Stati che potrebbero avanzare pretese su Kaliningrad, e cioe’ Polonia e Germania, da 50 anni non sono piu’ abituati (per fortuna) a vedere la mappa Europea in termini strategici e quindi con confini negoziabili.

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Kaliningrad, piede russo in Europa fra Stati Baltici e Polonia

 

La situazione delle Crimea e’ invece molto piu’ importante per Mosca, ed ha radici molto piu profonde. La Crimea e’ un cuore pulsante russo che si e’ trovato a far parte dell’Ucraina durante il confuso e arbitrario avvicendarsi di stati e staterelli sovrani dopo il tramonto dell’URSS. Durante gli anni 90 e il primo decennio del 2000, finche’ l’Ucraina ha svolto il ruolo di satellite russo, l’appartenenza della Crimea a Kiev era poco rilevante. Le truppe russe la’ presenti e gli interessi strategici e commerciali del Cremlino non venivano messi in discussione. Dopo il confuso sogno europeo delle piazze di Kiev, invece, con cui America ed Europa nascondevano interessi ben piu’ concreti,  Putin ha visto passare lo spettro di una Crimea in mano alla NATO, con tutto cio che questo comporta, ed e’ intervenuto. Questo blog si e’ sempre espresso in favore della ragionevolezza storica della “conquista” russa delle penisola della Crimea.

La Russia rinuncia quindi a sostenere i territori separatisti, sicuramente mossa utile per ulteriori negoziazioni con Ucraina, UE e USA. Putin perde una pedina che in fondo non era relistico tenere sullo scacchiere, ma con una mossa rende ridicole le accuse dell’occidente russofobico che lo dipingevano come aggressivo nostalgico dell’Impero Russo e si prepara a concentrare gli sforzi economici e diplomatici sulla vera vittoria geopolitica dell’era di Putin: la Crimea.

 

Il rimpasto a Kiev favorirà il dialogo con Mosca?

Pochi, nell’establishment politico russo, hanno commentato  le recenti dimissioni  del primo ministro ucraino Arsenij Yatseniuk.

Il 10 aprile scorso Yatseniuk ha annunciato le sue dimissioni e nei prossimi giorni il parlamento dovrà eleggere un nuovo primo ministro. Si pensa possa essere Volodymyr Groysman, attuale speaker del parlamento Ucraino, a succedere a Yatseniuk alla carica di primo ministro.                   Yatseniuk, diventato primo ministro dopo le proteste di Maidan negli ultimi mesi del 2013 che hanno costretto il presidente Viktor Yanukovych alla fuga, non e’ mai stato apprezzato dai politici russi, a causa delle sue dure dichiarazioni sulla politica russa e sui suoi leader.

Dimitrij Peskov, addetto stampa della Presidenza della Federazione Russa ha detto che “Yatseniuk non ha fatto nulla per normalizzare le relazioni fra le nostre due nazioni”, aggiungendo che “non ha fatto niente nemmeno per risolvere la crisi Ucraina”nella regione del Donbass.

Gli analisti russi sostengono che le dimissioni di Yatseniuk non impatteranno praticamente sulle relazioni fra Russia e Ucraina, ma che potrebbero avere un effetto psicologico importante. Secondo Vladimir Zharikhin, senza Yatseniuk al potere, le relazioni fra Mosca e Kiev potrebbero perdere quei connotati di “isteria e eccessiva intensità emotiva presenti fino ad adesso nella leadership ucraina.

Il Cremlino ha evidenziato che il banco di prova per chiunque occupi il ruolo di primo ministro nel futuro saranno gli Accordi di Minsk, indispensabili per una pacifica risoluzione del conflitto nel Donbass. Kiev e Mosca si accusano a vicenda di non adempiere alle clausole degli accordi, mentre i leader europei da un lato si lamentano con Mosca, dall’altro spingono perché Kiev risolva l’impasse politico che impedisce il progresso delle negoziazioni (per maggiori informazioni rimandiamo al video pubblicato da larussiadiputin.com qualche mese fa).

Igor Bunin invece, capo di un importante centro di ricerca, sostiene che non ci sarà nessun sostanziale cambiamento nei rapporti di forza a Kiev. Il nuovo governo avrà il sostegno di due partiti: quello di Yatseniuk, il partito del popolo, e del blocco che appoggia Poroshenko, l’attuale presidente. Eppure questa coalizione non avrà la maggioranza necessaria per “risolvere molte questioni compresa la questione del Donbass” ha detto Bunin.

Secondo gli accordi di Minsk, l’Ucraina ha preso l’impegno di modificare la costituzione concedendo uno statuto speciale al Donbass, ma per far passare questa modifica sono necessari i 2/3 dei voti.La maggioranza dei deputati invece sono su posizioni molto più radicali e rifiutano di concedere autonomia alle regioni secessioniste.

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Il Primo Ministro dimissionario Arsenij Yatseniuk

Versione originale su Russia Direct: http://www.russia-direct.org/russian-media/what-does-yatsenyuks-resignation-mean-russia

 

 

L’intervento russo in Siria è costato 480 milioni di dollari. Putin parla dopo il ritiro delle forze russe

L’operazione in Siria è stata finanziata sopratutto dal Ministero della Difesa, Putin ha detto ai militari impegnati nell’operazione.

“L’operazione militare in Siria ha avuto dei costi, sostenuti sopratutto dal Ministero della Difesa, circa 33 milioni di rubli, stanziati nel budget del 2015 per esercitazioni e addestramento. Abbiamo preso quei fondi e li abbiamo usati per finanziare la guerra in Siria” ha detto Putin.

“Nonostante il parziale ritiro delle forze russe dalla Siria, l’equilibrio sarà assicurato, e le forze patriottiche saranno in grado di combattere il terrorismo” ha detto Putin.”Quei soldati russi rimasti in Siria sono sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. Continueremo a fornire assistenza all’esercito siriano e alle autorità che combattono l’ISIS e altri gruppi terroristici come definiti dal consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite” ha detto Putin.

“Che tipo di equilibrio strategico ci sarà in Siria, dopo la riduzione delle truppe siriane? Un equilibrio più che soddisfacente; inoltre, grazie al nostro contributo e al rafforzamento  dell’esercito siriano, sono sicuro che vedremo nuovi successi contro il terrorismo nel prossimo futuro” ha detto il presidente.

Putin ha menzionato duri scontri in atto a Palmira: “spero che questa perla della civilizzazione umana, o ciò che ne resta ancora, venga restituita alla Siria e al mondo intero” ha detto.

“La Russia non aveva intenzione di entrare nella guerra civile siriana. Il futuro politico della Siria non deve essere deciso da altri se non dal popolo siriano. Lo scopo della Russia era di colpire il terrorismo…La lotta contro il terrorismo internazionale è giusta, e una lotta contro i nemici della civilizzazione, contro chi sparge barbarie e violenza cercando di annientare il profondo significato dei valori umanistici e spirituali su cui il mondo è fondato.” Putin ha aggiunto.

Inoltre, Putin ha detto che il ritiro delle truppe dalla Siria era stato concordato in anticipo con il presidente siriano Bashar Al-Assad.

“Vorrei inoltre notare la posizione del Presidente Assad. Noi vediamo il suo controllo, la sua sincera aspirazione alla pace e la sua preparazione al compromesso e al dialogo” ha concluso Putin.

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Fonte: Russia Beyond the Headlines

 

L’Ucraina non è uno stato sovrano ed è pericoloso trattarla come tale

Da qualunque punto di vista si osservi la crisi ucraina, non si può non convenire su un punto: l’Ucraina è soltanto un’espressione “geografica”, non un vero stato sovrano, con una propria comune identità e un centro unificatore. La Galizia, il Donbass, la Crimea sono altrettante Ucraine, ognuna delle quali potrebbe legittimamente chiedere un governo separato. La guerra che infiamma l’Ucraina da ormai due anni, combattuta in nome della libertà di Kiev di scegliere il proprio futuro, dimostra paradossalmente che l’Ucraina non esiste. Almeno non ne esiste soltanto una.

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La mappa mostra le macro aree che compongono l’Ucraina. La parte ad est orbita nell’area di influenza russa economicamente e culturalmente.

Mai concepita nella storia per essere uno stato sovrano, l’Ucraina vive la schizofrenia delle terre di confine. Non è protetta da alcuna barriera fisica ed è stata la culla della Russia pre-moderna dopo l’invasione dei vichinghi che navigavano sul fiume Dnepr nel IX secolo. Fu poi conquistata dai mongoli, i polacchi, parzialmente dagli austriaci  per poi venir riannessa da Caterina la grande all’impero russo nel XVIII secolo. A testimonianza di un passato fatto di mescolanze politiche ed etniche vivono oggi in Ucraina ungheresi, moldavi, romeni, polacchi, greci bulgari…Ci sono cattolici di quattro riti distinti, ortodossi russi, ucraini e greci, ebrei ed atei. L’Ucraina è un porto di mare più che uno stato, con marcatissime differenze etniche linguistiche ed economiche. A spartirsi il potere, come è avvenuto in molti stati ex-sovietici, sono un clan di oligarchi che ha fatto fortuna negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino. Secondo molti osservatori, sono proprio loro che beneficeranno dell’ingresso dell’Ucraina nel giro d’affari dell’Unione Europea, mentre il popolo, messo di fonte al fatto compiuto, si trova a combattere una guerra civile in nome di un’identità nazionale inesistente.

Priva di un passato indipendente e di una chiara identità l’Ucraina era l’ultimo stato al quale si potesse chiedere una netta presa di posizione geopolitica senza che questo causasse un conflitto civile. Eppure un’Unione Europea smaniosa di conquistare nuovi mercati, e un’America aggressivamente russofobica si sono comportati come se stessero dialogando con un Lussemburgo, e non con una terra di confine fragile e divisa nella quale si concentrano fondamentali interessi strategici russi. Quando Jankovic ha rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’UE nel 2013, avendo quest’ultimo ricevuto forti pressioni da Mosca perche entrasse invece a far parte dell’ Unione Euroasiatica, sembrava che di colpo l’Occidente scoprisse le ruberie di un tiranno e dovesse sostenere un popolo oppresso attaccato da Mosca come dal suo pupazzo Jankovic. Ignorando che questo popolo oppresso e innocente stava rispolverando il peggio del nazionalismo xenofobo del secolo scorso, in versione 2.0. Con un pressappochismo davvero sorprendente, i media occidentali non hanno mai mostrato quanto fosse composito e difficile il mosaico della rivolta ucraina, presentando i russi come cattivi e il popolo ucraino come martire.

L’Ucraina indipendente non è mai esistita. Per questo, il nazionalismo ucraino, immaginazione pura, è ipertrofico, violento, selvaggio. Il suo simbolo è Stepan Bandera, autore di stragi contro gli ebrei di inaudita crudeltà per conto dei nazisti. Bandera è tornato in auge durante le rivolte di Maidan, proteste vestite di una facile russofobia per non affrontare i veri problemi interni all’Ucraina: l’assenza totale di un demos ucraino, la mancanza di un’identità nazionale chiara e democratica e la dilagante corruzione, non certo portata a Kiev dai russi.

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Un manifestante ucraino sorregge un’immagine dei Stepan Bandera, leader dell’Esercito di Insurrezione Ucraino  e collaboratore dei nazisti.

E’ paradossale che sia l’Unione Europea, il tempio grigio della perdita di identità nazionale, a fungere da modello per la nuova identità ucraina. Si illudono gli ucraini di trovare risposte alle loro domande e soluzioni ai loro problemi entrando sotto l’influenza di Bruxelles. Bruxelles che talmente poco ha capito della frammentazione etnica e sociale ucraina che, oltre all’errore geopolitico madornale di entrare a gamba tesa in una terra di confine come l’Ucraina,  ha poi preteso di risolvere i problemi del paese buttando a fondo perduto miliardi ogni mese nelle casse di Kiev. Il governo di Poroshenko, protetto in ogni modo possibile dall’Occidente, non sta facendo alcuna vera riforma politica o sociale a beneficio del popolo ucraino che lo detesta sempre di più, mentre abbiamo perso il filo di intesa che avevamo con la Russia. Se l’Unione Europea avesse voluto davvero giocare da grande potenza internazionale avrebbe dovuto spingere per una neutralità dell’Ucraina, conservando il buon rapporto (sopratutto economico) con Mosca ed evitando la guerra civile in Ucraina. I media occidentali potranno dare la colpa a Putin fino a che anche noi europei vedremo che sostenere ad occhi chiusi le proteste Maidan avrà avuto dei costi enormi. Per tutti.

 

La versione di Putin che non sentiremo mai alla televisione

Il presidente Putin, intervistato dal giornale tedesco Bild, parla di sanzioni, geopolitica, e degli accordi di Minsk. L’occidente si concentra sulla Russia e estende di 6 mesi le sanzioni, ma chi non fa il proprio dovere e rallenta il processo di distensione fra Russia e Ucraina è proprio quest’ultima.

Il seguente video è sottotitolato in italiano (sottotitoli da attivare).

Le ragioni del conflitto russo-ucraino

Suggeriamo oggi questo approfondimento di RaiStoria sulle ragioni del conflitto russo-ucraino, che ripercorre i rapporti fra i due paesi e spiega la complessità di un argomento spesso trattato con troppi sentimenti e pochi ragionamenti.

 

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Una ragazza in Piazza Maidan, Ucraina, 6 Marzo 2014.

 

Per vedere il video cliccare sul seguente link: http://www.raistoria.rai.it/articoli/ucraina-russia-radici-di-una-crisi/25983/default.aspx

Gli errori che ora l’Occidente non deve fare: meno Wilson e più Richelieu

La terza guerra mondiale è scoppiata. Gli attentati di Parigi ci emozionano e ci commuovono, ma non c’è migliore modo per rendere omaggio alle vittime di questo ed altri attentati che fare in modo che essi non si ripetano più. Come?

Ci sono 3 errori da evitare

  1. L’Occidente non deve partire in quarta nel trovare il capro espiatorio nell’Islam e fomentare l’islamofobia. C’è un islam “terrorism free” ed è rappresentato da quei governi autoritari in Medio Oriente che l’Occidente ha cercato e sta cercando di rovesciare da due decenni. Aver eliminato Saddam, Gheddafi ed aver finanziato una guerra contro Assad non ha migliorato né le condizioni di vita dei cittadini di quei paesi né la stabilità internazionale. Anzi. Gli attentati di Parigi dovrebbero farci capire non che il mondo islamico è da annientare, ma farci capire da cosa fugge chi fugge dalle guerre islamiche in Siria e Iraq e bussa alle porte del mondo libero, e farci agire di conseguenza.
  2. Non agire moralmente ma agire con efficacia. Meno Wilson, più Richelieu. Questo non è tempo di polemiche, ma di riallineamenti. Lo stato islamico si chiama “Stato islamico di Siria ed Iraq”. Si cominci a cercare la stabilità in queste due zone. Purtroppo con buona pace dei cantori della libertà, la stabilità e la calma ora devono prevalere e deve prevalere un dialogo con l’Islam moderato, o se si vuole “istituzionale”, qualunque sia il grado di libertà di stampa che essi concedono ai propri popoli. Si devono chiarificare i rapporti ambigui con l’Arabia Saudita e coi paesi del golfo che starebbero finanziando l’ISIS per opporsi ad Assad, ma che fanno fruttare ottimi investimenti alle compagnie petrolifere occidentali.                                                                                                                               In una dichiarazione di oggi riportata dai media russi il presidente siriano Bashar Al-Assad, dopo aver espresso condoglianze alla Francia, ha detto che Parigi ha vissuto ieri ciò che in Siria accade da 5 anni. E’ così, e se si vuole fermare il terrorismo si deve essere cinici, realisti, allearsi coi tiranni, come fece Francesco I  re di Francia che si alleò col sultano Solimano per vincere la guerra contro l’accerchiamento asburgico; come Richelieu, cardinale della chiesa cattolica di Roma che si alleò coi protestanti per simili motivi. Basta isolare la Russia! Basta isolare Assad! La pace in Occidente vale bene la chiusura di un blog!                             Il nemico dell’Occidente non è l’Islam, ma il modo in cui esso (l’Occidente) vede e gestisce le crisi in Medio Oriente e nel mondo dal crollo dell’Unione Sovietica.
  3.  L’Occidente non deve rinunciare a cercare una forte identità europea.    Forse nel lungo periodo è necessario uno studio attento della nostra identità europea. Molti dei terroristi che si legano all’ISIS sono cittadini europei, spesso cresciuti in realtà difficili di emarginazione, che non hanno trovato un senso alla propria vita fino all’incontro con la causa jihadista. Questo dovrebbe farci riflettere ed aiutarci a ritrovare ciò che l’Occidente ha perso e che ci lascia orfani di una causa e di una vera coesione sociale: la fondamentale e reale dimensione dell’uguaglianza, della fratellanza e della libertà.
Il cardinale Richelieu

Il cardinale Richelieu