Letteratura e Lingua Russa

Incontri con la poesia russa del primo ‘900- Vladislav Chodosevic

Continua il nostro ciclo di incontri sulla poesia russa del primo ‘900, il nostro modo di ricordare il 1917, spartiacque per la storia non solo politica, ma anche culturale della Russia. Il secondo appuntamento con Francesca Lazzarin vuole promuovere al pubblico italiano la figura di un grande poeta dell’emigrazione russa: Vladislav Chodosevic

Gorkij lo chiamava “il migliore che vanti la Russia moderna” ma e’ poco conosciuto in Europa e in Italia. Vladislav Chodosevic si contende con Georgij Ivanov la palma del più importante poeta dell’emigrazione russa

Per traduzioni e informazioni più dettagliate sulla vita di Chodosevich, suggeriamo la lettura del Blog di Paolo Statuti

Buona visione!

Incontri con la poesia russa del primo ‘900 – Georgij Ivanov

Pubblichiamo il primo dei cinque incontri con la poesia russa del primo ‘900. Georgij Ivanov e’ considerato dagli studiosi, insieme a Chodosevic di cui parleremo la prossima settimana, il più alto poeta dell’emigrazione russa. Con Francesca Lazzarin ripercorriamo brevemente la sua vita e leggiamo un brano tratto dal suo “Diario Post-Mortem” del 1958.

A chi fosse interessato a saperne di più, consigliamo:

Diario Post-Mortem, a cura di Alessandro Niero, ed. Kolibris, 2013.

Buona visione!

Incontri con la poesia russa del primo ‘900. Introduzione

Inauguriamo oggi, a 100 anni dalla Rivoluzione di Ottobre, un ciclo di cinque incontri settimanali con la poesia russa del primo ‘900. Vi racconteremo, attraverso dettagli biografici, poesie e consigli per la lettura, poeti che hanno vissuto prima durante e dopo la rivoluzione. Poeti poco conosciuti dal grande pubblico, ma che sono entrati a pieno titolo nelle antologie della letteratura russa. Vi leggeremo versi sulla rivoluzione, ma anche versi profondamente personali, intimi, a sostegno o a contrasto del nuovo mondo comunista.

Accompagnati da Francesca Lazzarin, russista, docente di letteratura italiana presso la “Alta Scuola di Studi Economici” di Mosca, affronteremo cinque nomi di profonda rilevanza per comprendere la Russia di allora e, quindi, quella di oggi. Come dicono i russi: “Il poeta in Russia e’ molto più di un poeta.”

Buona visione!

Pushkin, avevi previsto Poroshenko?

Nel 1830 la Russia e la Polonia si fecero guerra per breve tempo. Una rivolta polacca nata per il comportamento illiberale del granduca Costantino (allora reggente russo della Polonia), costrinse lo zar Nicola I a mandare l’esercito per sedare i disordini. In Europa diversi voci si levarono contro l’azione russa; in Francia in particolare si sostenne ampiamente la causa polacca. Negli Stati Uniti, che già allora, si scopre, finanziavano le rivolte anti Mosca, si organizzò addirittura una raccolta fondi per i ribelli. Pushkin, il più grande poeta russo, ma certo profondamente esposto alla cultura occidentale, scrisse un’ode patriottica, Ai Detrattori della Russia che oggi, dopo la rivoluzione in Ucraina, suona incredibilmente attuale.

Sostituite la parole Polonia con la parola Ucraina e l’ode per il 2015 è fatta

Ai Detrattori della Russia (1831)

Perché fate tanto chiasso, paladini dei popoli? Perché minacciate la Russia con i vostri anatemi? Cosa vi ha turbato? Le agitazioni in Polonia? Lasciate perdere: questa è una lotta fra noi slavi, una lotta antica, familiare, ponderata dal destino.       È una questione che non sarete voi a risolvere.                    
Questi popoli già da secoli si combattono. Talvolta erano loro a vincere, talvolta eravamo noi. Chi vincerà stavolta? L’arrogante polacco o il russo eletto? Le tante tribù slave convergeranno nel mare russo, o lo prosciugheranno? Questa è per noi la questione.

Lasciateci perdere: voi non avete letto la nostra storia insanguinata. Per voi è inintelligibile ed estranea questa lotta familiare. Non aveste pena del Cremlino in fiamme, né di Praga.     E vi tenta ora la possibile gloria di una lotta dissennata…   Voi ci odiate!

E perché? Dite! Forse perché anche con Mosca ridotta in cenere non ci piegammo a colui che vi faceva tremare tutti? O perché gettammo nell’abisso colui che minacciava i troni dell’Europa intera e col nostro sangue vi abbiamo ridato libertà, pace ed onore?

Siete bravi a parole, ma passate ai fatti! Forse che la Russia, che ora dorme quieta, non può alzarsi e spezzare le armi rosse di Ismaele? Forse che non hanno più forza le parole dello zar? Forse che è la prima volta per noi, ad aver l’Europa contro? Forse che ci mancano vittorie? Forse che siam pochi, noi, i Russi? Da Perm alla Tauride, dalla Finlandia alla bollente Colchide, dalla Cina immobile all’onirico Cremlino, forse che la terra Russa non si alzerà ancora e ancora? 

Mandate i vostri bellicosi discendenti, i vostri diffamatori. Mandateli da noi in Russia. C’è spazio anche per loro nella grande terra russa, che tante tombe già contiene.

 

 

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Alexandr Sergeevich Pushkin

Capire Putin è capire il nostro tempo

Usciva ieri nelle librerie Putin, Vita di uno Zar scritto da Gennaro Sangiuliano (ed.Mondadori). Si tratta di una dettagliata biografia di Putin che esamina la complessa vicenda umana e gli aspetti caratteriali e psicologici di un leader che rappresenta, secondo le parole di Alexandr Zinov’ev, “il primo serio tentativo della Russia di resistere all’americanizzazione e globalizzazione”.                                         Il libro intreccia episodi della vita di Putin con gli sviluppi politici del suo paese, dalla sua nascita nel 1952 in una Leningrado distrutta dalla guerra e dalla fame fino alla manifestazione patriottica del maggio scorso nella quale Putin, indiscusso leader del proprio paese, ha marciato con una fotografia di suo padre in petto, in mezzo alla folla scossa da un ritrovato orgoglio nazionale  sempre di più oggetto di una russo-fobia alimentata da governi e media occidentali.

Le pagine che trattano della sua infanzia e giovinezza sono forse le più sconosciute ed emozionanti. Putin nasce come terzo figlio di una coppia di umilissime origini: un avo di Putin, il primo di cui si abbiano notizie, era un servo della gleba appartenente al principe Ivan Nikitic Romanov, zio dello Zar Michail Fedorovic. Taciturno, inquieto, ma profondamente leale, Putin cresce in un contesto di bullismo e di lotte di strada e deve darsi da fare per farsi rispettare, magro e mingherlino come è. A dieci anni fa a botte con un ragazzo molto più forte di lui per vendicare un suo amichetto: tale è il coraggio e la determinazione che l’altro scappa e il piccolo Putin ha la meglio.                                                                      Ribelle, dà del filo da torcere ai suoi professori, ma è capace quando vuole di ottimi risultati. Brilla in storia, lingua tedesca ed educazione fisica. Putin è sportivo, bravo a scuola, “molto arguto” e molto moderato coi piaceri: non beve e non fuma. I genitori, dopo aver perso i primi due figli e aver rischiato entrambi la morte durante l’assedio, sono molto fieri del loro ultimo figlio e fanno per lui grandi sacrifici. Commovente il dettaglio del “grande dono” che il padre fa al figlio quattordicenne per premiarlo dei risultati scolastici: un orologio, cosa al tempo rarissima e preziosa. La sua tenacità e caparbietà lo portano ad ottener una laurea in Giurisprudenza (allora cosa riservata ai figli della nomenklatura).                       Grazie alla laurea Putin riesce poi ad entrare, dopo durissime selezioni, nel KGB, suo sogno fin da bambino venutogli leggendo una spy story Lo scudo e la Spada. Trasferitosi a Dresda, nella DDR, nel 1985 con la moglie Liudmila e le due figlie (dopo la proposta di matrimonio meno romantica della storia), comincia a  sviluppare una forte autonomia di pensiero rispetto all’ideologia comunista e sviluppa ammirazione per l’economia di mercato e prende spesso, privatamente, la parte dei dissidenti. Pochi anni dopo il comunismo crolla e Putin diventa un uomo fondamentale per gestire la transizione di potere a Leningrado e poi a Mosca. La sua scalata al potere è un insieme di freddezza, fortuna, e grande capacita di visione. Interessanti gli ultimi capitoli sulla presente ricostruzione dell’identità russa, che ci riporta al giorno d’oggi.

Nel delineare gli aspetti del modello politico della Russia di Putin, Sangiuliano contesta la visione che la Russia debba seguire pedissequamente il modello politico occidentale e diventare quindi un’ennesima democrazie liberale di mercato. Del resto, continua Sangiuliano, anche Solzenicyn, paladino della libertà contro l’oppressione comunista e Nobel per la Letteratura decise di tornare in Russia dopo la caduta del muro nonostante la protezione e la fama mondiale che ottenne negli Stati Uniti e “ricordò che la soluzione per la Russia non poteva essere l’accettazione tout court del modello di società capitalistica di matrice anglosassone”. Quello che la Russia di Putin ha saputo sviluppare è infatti un ibrido fra Asia ed Europa: una “democrazia sovrana” un “impero liberale”, espressioni che, se fanno storcere il naso ai liberali occidentali, stanno ridando al popolo russo un’identità ed un orgoglio che l’Occidente ha perso da tempo.

La Russia si pone quindi come chiara alternativa politica alle democrazie liberali occidentali cambiando, con coraggiose scelte politiche ed economiche, gli equilibri  del Washington Consensus. Putin, con il suo carattere, la sua vicenda politica e l’ampio consenso del suo popolo, è il solo coraggioso artefice di questo cambiamento e piuttosto che opporsi ciecamente alla nuova Russia occorrerebbe comprenderne la storia, la psicologia e le aspirazioni. Come scrive Sangiuliano “capire il personaggio Putin, penetrarne la vicenda umana e politica, raccontarne dettagli poco noti, significa fare i conti con una delle dimensioni fondamentali del nostro tempo”.

Vladimir Putin

Vladimir Putin

Un saggio inedito di Tolstoy invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.                 Di quale Guerra e di quale Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio (9 secondo il calendario russo) del 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

“9 Gennaio 1905 sull’Isola Vassilevskij” del pittore Vladimir Makovskij

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.                                                         Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.                                Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio: uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa quale abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile[…] lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Lev Tolstoy nel 1905

Lev Tolstoy nel 1905

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per non conoscenza della libertà”.                                                                Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano. Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.                                                                            Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.                                                   Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori così miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

Un'assemblea di contadini vista dal pittore Sergej Korovin

Un’assemblea di contadini vista dal pittore Sergej Korovin (1893)

I potenti di oggi sono forse migliori di quelli del passato? La presunzione dell’Occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra e degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale ancora oggi di violare anche un sola reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare apertamente, di condannare all’ergastolo o a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo? Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.                                                                                     Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico. Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come testimonio’ lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole: “Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”                                                                          Tolstoj ci aspetta secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una forte e vivida testimonianza.

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)