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Perché la Religione Ortodossa Rende lo Stato Autoritario Indispensabile

Da Max Weber sappiamo che la religione di un Paese influenza molti dei fattori importanti per lo sviluppo dello stesso: l’economia che si va formando e consolidando nei secoli, il senso di felicità della popolazione, il loro modo di sopportare o meno l’autorità dello Stato e le relazioni fra i diversi gruppi sociali.

Secondo un recente paper della World Bank è stata in gran misura la religione ortodossa a creare terreno fertile per il comunismo nello scorso secolo e resta oggi  un ingrediente importante per la ricostruzione in chiave patriarcale di Bulgaria, Russia e altri stati ex-comunisti.

“La cristianità Occidentale, che ha dato origine a Cattolicesimo e Protestantesimo, ha sempre messo enfasi sul razionalismo, la ricerca logica e la messa in discussione dell’autorità. La cristianità Orientale era associata invece a esperienze mistiche, comunitarismo e poneva minore accento sulla Legge e sul rapporto fra uomo e Potere” si legge fra l’altro nel paper.

Certo, le autorità comuniste dell’est Europa eliminarono completamente la religione come chiave di lettura del mondo, ma si servirono di quegli aspetti culturali e sociali che la religione ortodossa aveva lasciato: rispetto sacro per le tradizioni, sospetto per le innovazioni sociali e politiche e reverenza assoluta per l’Autorità.  Va inoltre aggiunto che a differenza dell’Europa Occidentale cattolica e poi protestante, il mondo ortodosso  non conobbe mai lo sdoppiamento di potere generato dalla lotta fra Trono e Altare che aveva attraversato l’Europa fra il decimo e il dodicesimo secolo. Insomma, non ci sono mai stati dubbi per i russi sull’unicità del Potere e dunque sulla sua infallibilità.

Questo ha avuto ed ha tuttora ricadute politiche ed economiche. Gli ortodossi sono sempre stati propensi a pensare, per esempio, che il possesso pubblico di un determinato bene fosse meglio del possesso privato giacche l’individualismo era un concetto “occidentale” con forti connotazioni contrarie al sentire comune dei fedeli.

Ed ecco quindi che il comunismo ha trovato terreno fertile. Se in Occidente le idee di Marx erano frutto di uno sforzo tutto intellettuale, proprio perché contrarie all’individualismo (capitalista) sul quale si fondava lo Stato borghese, in Russia erano filtrate come antiche verità, già messe in pratica da tempo immemore dalle “comuni” contadine pre-esistenti a qualsiasi forma di pensiero comunista occidentale.

Non sorprende allora che i russi  abbiano vissuto il capitalismo rampante degli anni ’90 come una violenza importata dall’Occidente e, esclusi i pochi che si sono arricchiti, i piu accolgono con favore la presenza costante dello Stato nelle attivita economiche. L’economia russa si basa infatti non sull’inizativa privata, ma su settori che tradizionalmente sono di appannaggio statale: le risorse naturali, l’industria militare e aerospaziale.

Ma poca iniziativa economica significa poca pluralità politica: la nuova Russia ricorda molto la Russia di cento, duecento, trecento anni fa: anche allora era insieme imitatrice e sospettosa di tutto cio che proveniva dall’Occidente.  Comunismo si, ma con uno Stato autoritario, capitalismo si ma con uno Stato autoritario. E ancora oggi Dio e lo Zar sono il panorama politico di un popolo sempre piu simile alla propria memoria di sé che all’Occidente.

 

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Cupole di una chiesa all’interno delle mura del Cremlino

Le manifestazioni anti-Putin sono state un successo…per Putin

Quando nel 1786 Caterina la Grande, fresca di conquista della penisola di Crimea,  portava i suoi ospiti internazionali, soprattutto ambasciatori libertini e intellettuali francesi a visitare la Russia meridionale su lussuosi battelli lungo il fiume Dnepr, si potevano ammirare sulle sponde del fiume grandiose ville, paesi interi che prosperavano, artigiani intenti al lavoro, pastori con le loro greggi e reparti dell’esercito organizzati in parata che salutavano il passaggio del Sovrano. Che meraviglioso sviluppo e che prosperità poteva mostrare la Russia nonostante la turbolenta annessione della Crimea e i costi della guerra! Eppure non era così: i villaggi erano di cartapesta, e i pastori e i soldati erano attori che recitavano una parte.

Il 18 marzo 2018 la Russia voterà per eleggere il Presidente, che, al netto di qualche caso imponderabile, sara sicuramente Vladimir Putin. Poche settimane fa, il principale oppositore di Putin, Aleksei Navalny, è stato escluso dalle elezioni per precedenti processi giudiziari.  Quest’ultimo ha dunque indetto delle manifestazioni pacifiche per “boicottare” le elezioni. Lo scopo era dimostrare che, anche se non può votare nessun candidato forte, esiste una Russia che non vuole più Putin al potere. Va detto: Navalny è effettivamente incandidabile, e la manifestazione del 28 gennaio non è stata autorizzata. Certo, la legge in Russia serve a rendere legale l’autoritarismo, ma questa è un’altra storia e necessiterebbe una più ampia analisi.

Veniamo ai fatti. Il giorno 28 gennaio 2018 alle ore 14 inizia la marcia pacifica proposta da Navalny lungo la principale strada di Mosca, la Tverskaya, che sfocia sulla Piazza Rossa. Le manifestazioni contemporaneamente avvenivano in tante città russe, ma era da Mosca e San Pietroburgo, città dove ha sede il potere politico e dove sono concentrati gli strati di popolazione più colti e più sfavorevoli ad un ennesimo mandato di Vladimir Putin, che ci si aspettava un grande movimento di protesta. Grande non solo perché il paese sta tornando indietro verso un autoritarismo senza precedenti dal 1991, ma anche perché era l’ultima opportunità di dissentire e di influire sul voto: a elezioni concluse, e per i sei anni successivi, non ci sarà più possibilità di esprimere dissenso influenzando i risultati delle elezioni o il comportamento del Governo di Mosca.                                                                             Vado alla manifestazione accompagnato da un’amica, M., che da subito esprime grande prudenza, mi dice di non fermarmi dove ci sono i gruppi di persone che manifestano, ma semplicemente di camminare avanti e indietro. In questo modo, continua M., se interrogati dalla polizia, potremmo dire che non partecipavamo alla manifestazione, ma che stavamo semplicemente camminando per fare shopping. Io capisco il livello di tensione che sta vivendo M. e non voglio obbligarla; dopo aver fatto avanti e indietro per venti minuti, mi congedo con una scusa e continuo da solo. La timidezza di M. nel manifestare mi racconta però della poca dimestichezza del popolo russo colto a dialogare con mezzi democratici.

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Delle telecamere a 360 gradi spuntano da speciali camionette della polizia. Un altoparlante intima ai manifestanti  radunati a piazza Pushinskaya di “rispettare l’ordine e lasciar libero il passaggio”

Ma i timori di M., sono fondati? Davvero la polizia può prendere me e tenermi in galera 48 ore come mi dice? La polizia in effetti arresta subito Aleksei Navalny uscito dal taxi per guidare la manifestazione, e altre figure chiave del movimento di Navalny; ma per il resto, calma piatta. Dato che alle 14.30 al popolo di opposizione mancava già il suo leader, il risultato è una marcia di poco più di mille persone, a gruppetti disomogenei, che gridano “Russia senza Putin” , “Putin ladro” ,”la Russia sara libera” o “vogliamo elezioni che siano elezioni” e altri amabilissimi slogan, sotto lo sguardo distratto di cordoni di polizia che non intervengono mai, se non per prelevare individui chiave o per punire lievi infrazioni, rilasciando subito i fermati. Non una vetrina rotta, non un’auto incendiata, non un ferito. Ottimo! Ma, viene da pensare, questa è l’ultima grande opportunità di opporsi a Putin e si vedono solo fiori portati nelle mani, cartelli di protesta anonimi ed educatissimi, un sostegno verbale divertito da parte di avventori che non hanno osato prendere parte alla marcia e che quindi fiancheggiano i manifestanti in marcia, camminando volontariamente nel verso opposto. Sembrerebbe, se non fosse per queste stranezze appena citate, una vera festa di democrazia partecipativa.  Vladimir Zhirinovsky, folcloristico leader del partito di opposizione “fabbricata” dal Cremlino, decide che l’occasione è buona per un bagno di folla, e scende dalla macchina a vetri oscurati. Viene subito circondato dai manifestanti che lo provocano: “Se sei davvero opposizione, vieni a marciare con noi!” Zhirinovsky rifiuta e si difende così: “Voi siete solo giovani e volete liberarvi dei vecchi…quando sarete vecchi voi, vorranno liberarsi di voi i giovani.Tutto li.” Non un commento sulle politiche del governo, sulla repressione contro i giornalisti, sulla situazione internazionale…risale in macchina e l’autista riparte.

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Esigiamo elezioni legittime

I numeri a fine giornata sono da fiera di paese: 4,700 persone in tutta la Russia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, non smentiti dall’opposizione. Il picco a Mosca, dove i manifestanti sono stati poco più di 1000. Sopratutto giovani, e qualche vecchio. Generazione di Twitter e nostalgici dell’USSR. Una vecchietta di 80 anni, brandendo un tulipano, mi racconta che è li perché non può andare avanti con la sua pensione di 60 euro al mese. Non basta, penso, questa piccola vita a rovesciare un potere granitico e misterioso: che ora nemmeno si oppone alle proteste, non ne ha più bisogno.  I giovani che sono cresciuti con Putin, che oggi votano, si rendono conto che hanno avuto il pane grazie a lui, che ha ristabilito l’ordine dopo il torbidi e violenti anni ’90, e grazie ai proventi del petrolio ha creato una classe media. La libertà che Putin ha chiesto in cambio del pane, è un desiderio complesso, pieno di dubbi, senza un leader, senza un progetto chiaro.

Putin può dormire sonni tranquilli: il suo principale oppositore è stato messo fuori gioco e coloro che sono contrari a lui e hanno il coraggio di dirlo sono 4,700 cittadini su 140 milioni.

E’ morta la società civile, o forse non è mai nata.  Nel 2011 quando il duo Putin-Medvedev, dopo apposite modifiche costituzionali, si scambiava posto alla guida del Paese, cominciava a nascere una società civile, che scese in piazza a centinaia di migliaia. Ma c’era una grande differenza: l’Occidente allora era un modello. Oggi, dopo le sanzioni che hanno ciecamente colpito un popolo permaloso e patriota e dopo l’elezione di Trump in America, la società civile in Russia è sola, non ha appigli nel mondo libero, a cui ha sempre guardato come ad un faro. E dunque Putin ha già vinto e dominerà la Russia per altri 6 anni.

Chissà cosa hanno in mente i giovani e i vecchi che gridano, senza speranza alcuna,”la Russia sara libera”. I vecchi non la ricordano, e i giovani non riescono a immaginarla. E quella che sembra una festa bella di democrazia, è una tristissima farsa, come quei villaggi di cartapesta al tempo di Caterina, che raccontavano una Russia gloriosa e benestante e nascondevano la verità: la guerra di Crimea costa a tanti e fa bene a pochi.

 

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Vladimir Zhirinovsky, leader di LDPR, un partito di opposizione “fabbricata”, viene invitato a seguire la folla in marcia. Rifiuterà

Mosca compie 870 anni

Mosca e’ in festa. Quest’anno compie 870 anni.

Della fondazione, nel 1147, Mosca ha passato una storia complessa e piena di colpi di scena: citta periferica dell’impero dell’Antica Rus’, divento’ poi centro del mondo russo nel 1400 sfruttando abilmente prima e scacciando poi il giogo dei Tatari, fino a che Pietroburgo non le rubo’ il ruolo di capitale nel 1700.

Durante la Grande Guerra, per ragioni strategiche e ideologiche (il nemico che avanzava e l’odio per il tripudio classista della cessata Corte di Pietroburgo), Mosca torno’ ad essere capitale e lo resto’ anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Ed e’ simbolicamente giusto che resti tale: la Russia e’ sempre piu Asia, sempre meno Europa, sempre meno occidente. La responsabilita’ di questo spostamento ad Est della Federazione Russa e’ materia complessa, ma ricordiamo che la scintilla fu la contesa nazione Ucraina, costretta a scegliere fra Russia e Unione Europea.

Sempre meno integrata nei circoli occidentali, sempre in peggiori rapporti con gli Stati Uniti, la Russia si inventa con piacere occasioni per celebrare la propria storia, questa volta attraverso intellettuali, musicisti, astronauti, tutti nati o vissuti a Mosca.

La citta’ e’ cosparsa di enormi manifesti che ricordano personalita’ conosciute e amate dai cittadini e dal paese tutto.

 

Lo slogan che si ripete su tutti i cartelloni e’: “Mosca870. La citta dove si fa la storia”

 

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Questo manifesto ricorda Konstantin Stanislavskij, fondatore dell’omonimo sistema di recitazione

Restano i sentori di una retorica ancora tipicamente “sovietica” della celebrazione del “compagno musicista” o “compagno professore”, ma l’idea che a Mosca, oggi,  si faccia la storia non e’ un’ idea azzardata. Sempre piu’ la Russia torna ad essere un centro politico militare e culturale.Dalla guerra contro l’ISIS, alla conquista dell’Artico Mosca e’ un luogo di turbolenti avvenimenti, per quanto questo spaventi e confonda un Occidente diviso e indebolito.

Grazie poi alle sanzioni, in Russia adesso si producono anche mozzarella e burrate, che non saranno DOP, ma non sono niente male.

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Alexandr Scriabin, compositore del XX secolo

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La prima donna a volare nello spazio, Svetlana Savitzkaya

Amore e sesso nella Russia di Putin

Apriamo oggi la nuova rubrica, “Amore e sesso nella Russia di Putin”.

La visione del sesso e del ruolo della donna nella famiglia e nella società occupa un posto fondamentale nella creazione dell’identità di un popolo e di una nazione.

La Russia, come in molti altri campi, differisce drasticamente dalla visione europea: Mosca sembra rigettare il femminismo e la partità dei generi, e sembra preferire ruoli netti, con un uomo (maschio) che guadagna e mantiene la sua “amante ideale” (femmina), impegnata solo a farsi bella e dare piacere al proprio uomo.

In questa rubrica settimanale vi mostreremo come le donne russe vanno a scuola per imparare a sedurre gli uomini, imparano a tenerseli stretti con corsi di seduzione, sesso orale, impostazione del tono della voce…Ma vi mostreremo anche cosa pensano gli uomini, che ruolo immaginano per se e per le loro donne. Cosa pensano i russi del matrimonio, della fedeltà e della famiglia e infine dell’omosessualità…Speriamo che tutte queste questioni, vi daranno una nuova e più profonda comprensione del mondo al di la della cortina di ferro…

Nel video, Anastasia, maestra di seduzione, da alcuni consigli alle donne, per non perdere il proprio uomo e diventare amanti ideali (sottotitoli in italiano). Buona visione.

Il discorso di capodanno 2017 di Putin: “pace e sviluppo alla Russia”

Cari cittadini della Russia, cari amici

Il 2016  è finito. Non è stato semplice, ma le difficoltà con le quali ci siamo scontrati ci hanno ravvivato, hanno risvegliato in noi forze e riserve nascoste, con le quali ci muoveremo verso il futuro.

La cosa più importante  è che noi crediamo in noi stessi, nelle nostre forze e nella nostra patria. Lavoriamo, e lo facciamo con successo, e molte cose ci vengono bene. Voglio sinceramente ringraziarvi tutti per le nostre vittorie e per le nostre conquiste, per la comprensione e la fiducia, per la sincera e sentita cura per la Russia.

La nostra  è una nazione enorme, unica, bellissima. Ci uniscono missioni comuni, e gioie comuni come quella di accogliere l’anno che viene in famiglia, con la speranza che tutto migliorerà.  Ma non sempre intorno al tavolo. Non pochi dei nostri concittadini, lontani dalle loro case, assicurano alla Russia la sicurezza, lavorano in proprio o negli ospedali, guidano treni o pilotano aerei. A tutti coloro che adesso stanno svolgendo il proprio dovere, o il proprio lavoro, i miei più caldi auguri per l’anno nuovo.

Cari Amici,

aspettiamo con impazienza i rintocchi della campana del Cremlino, e come non mai in questo momento sentiamo lo scorrere del tempo, sentiamo il futuro avvicinarsi. Questo succede solo in questi minuti, questi magici minuti di festa.

E c’è un segreto. Ognuno di noi puo diventare magico in questa notte. Per questo non serve altro che amare e rispettare i propri genitori, circondare di affetto e attenzioni i propri figli, la propria famiglia, rispettare i colleghi al lavoro, tenere viva l’amicizia, la giustizia e la verità, essere compassionevole, aiutare coloro che aspettano e hanno bisogno d’auto. Ecco il segreto!

Che i nostri sogni si realizzino! Che in ogni casa regnino allegria e amore! Che possiamo vedere piu chiaramente le nostre vie del cuore!

Pace e sviluppo alla nostra grande patira, la Russia!

Buon 2017!

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Jamala vince con la sua canzone anti-russa, premiata da un’Europa sempre più kitsch e senza visione politica

Cosa sia l’Eurovision Contest non è chiarissimo. Una specie di Sanremo europeo, regno del politicamente corretto, dell’intellettualmente sterile e del kitsch. Si scrive infatti così, con un cuore al posto della V di vision.

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Ogni nazione partecipa con un cantante, ed è così dal 1956. Si capisce che, in tempi di propaganda come quello attuale, non si premia il cantante più bravo, ma quello che proviene dal paese più obbediente o più attrattivo per i progetti di espansione europei. La debolezza intrinseca del progetto europeo, resasi evidente dalla crisi del 2008 e peggiorata fino a raggiungere i minimi storici odierni di Brexit, Grexit e crisi degli immigrati, rende infatti necessario questo tentativo posticcio di dare all’Europa un’aria di posto felice. Nessun discussione seria sui problemi veri dell’Europa (e ce ne sono!): ha vinto infatti una canzonetta anti-Russa, con un testo pesante e noioso che ammicca alla proverbiale e incorreggibile cattiveria dei russi.

Jamala, cantante ucraina di origine tartara, ha trionfato con “1944”, canzone che parla delle deportazioni  dei tartari di Crimea ordinate da Stalin. Una minoranza tornata “scomoda” oggi, da quando ha protestato contro l’annessione della Crimea da parte della Russia. Chi sono i tartari dunque? Quel 2% che ha votato NO al referendum di annessione della Crimea alla Russia per capirci.  L’Europa, povera creatura, abituata com’è a trattare solo numeri piccoli, non si è proprio accorta di quel 98% di SI, ma solo del 2% di NO e ha giudicato Putin come un cattivo conquistatore alla Gengis Khan, che calpesta la volontà di autodeterminazione dei popoli. Poveri tartari, discriminati! L’Europa si che ha molto da insegnare in materia di integrazione!                   Per fortuna allora che Jamala ha sfoderato questo testo trascinante (che riportiamo sotto), che ristabilisce l’ordine e schiaffeggia i cattivi russi. Il regolamento in teoria vieta testi politici. La mente Europea adora i regolamenti. Eppure il testo di “1944” è questo:

When strangers are coming
They come to your house
They kill you all
And say
We’re not guilty
Not guilty

Where is your mind?
Humanity cries
You think you are gods
But everyone dies
Don’t swallow my soul
Our souls

I couldn’t spend my youth there
Because you took away my peace
I couldn’t spend my youth there
Because you took away my peace

We could build a future
Where people are free
To live and love
The happiest time

Where is your heart?
Humanity rise
You think you are gods
But everyone dies
Don’t swallow my soul
Our souls

I couldn’t spend my youth there
Because you took away my peace
I couldn’t spend my youth there
Because you took away my peace

Nonostante il testo sconnesso e reticente, tutti hanno capito che c’è stato un tentativo di criticare l’annessione (secondo noi, che in Crimea ci siamo stati, la felice unione) della penisola alla Russia: Putin è come Stalin, che ruba l’infanzia ai bambini della Crimea. E così Jamala, ennesima ancella del pensiero unico, ha trionfato. Poroshenko, commosso, l’ha ringraziata pubblicamente, mentre i russi hanno reagito con la giusta ironia: la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha detto che la prossima volta vincerà una canzone contro Bashar Assad.

Non resta che augurarsi che sotto questa patina kitsch e buonista, l’Europa non perda il senso dell’utilità politica ed economica e riprenda il dialogo con la Russia. Ma ci vorrebbero degli statisti europei con una EuroVision a lungo termine che non si scrive con il Cuore, ma con il Cervello.

 

 

“Attacco all’Ucraina”. Un libro per chi vuole capire a fondo le ragioni del conflitto fra Mosca e Kiev e il ruolo dell’Occidente

“Una buona conoscenza della storia – diceva Churchill- è come una faretra piena di frecce nelle discussioni”. Attacco all’Ucraina  trasforma il lettore italiano, seguendo la metafora di Churchill,  in un provetto arciere nello scontro tra Russia e Occidente, che si sta consumando ormai da due anni sulla scacchiera ucraina.

Un libro polifonico, che include saggi di Lucio Caracciolo, Nicolai Lilin, Giulietto Chiesa, Carlo Freccero, Aldo Ferrari, Fausto Biloslavo,Franco Cardini, Paolo Calzini, Stefano Galli e Maurizio Carta. Diversi punti di vista, da quello storico a quello geopolitico, passando per quelli da studioso dell’informazione e da reporter: Attacco all’Ucraina fornisce tutti gli strumenti per capire a fondo cosa ci sia dietro il dramma ucraino. 

Dati concreti, informazioni pratiche e precise che lasciano spesso stupefatti, mostrando al lettore come l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, abbia un preciso piano di controllo strategico, politico ed economico della Russia, per il quale non ha esitato a sacrificare quei valori e quei principi su cui pensiamo sia fondato il “mondo libero”: l’imparzialità delle informazioni e l’autonomia dei media in primis. Questa pubblicazione “dissidente” appare allora ancora di più come un coraggioso e autorevole controcanto ai media e giornali mainstream.

Fondamentale tema, fra gli altri, per districarsi nel complesso labirinto del conflitto civile ucraino, è quello dell’autodeterminazione dei popoli, delle molte “nazioni senza stato”, delle quali l’Ucraina è straordinariamente ricca. Il diritto all’autodeterminazione, riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato utilizzato come arma di divide et impera dagli Stati Europei durante il XIX e XX secolo. Stefano Galli descrive con grande chiarezza l’ambiguità  dell’Occidente che ha riconosciuto, quasi imposto,  il diritto all’autodeterminazione dei popoli con gli accordi di Helsinki per far vacillare dall’interno l’Unione Sovietica (nella quale vivevano più di cento diverse etnie), ma che oggi fatica riconoscere l’autodeterminazione di una Crimea evidentemente russa, che è legittimamente tornata sotto il controllo di Mosca tramite referendum. Inutile girarci intorno, conclude Galli, l’unica soluzione per l’Ucraina è un modello confederato che sia rispettosi delle diverse etnie e diversi orientamenti politici, non un ottuso aut-aut fra Russia ed Europa, sul quale invece è stata impostata la vicenda sin dall’inizio.

Di questo ed altri temi tratta questa pubblicazione che rende bene conto della complessità e della peculiarità dell’Ucraina, vista come una zona grigia fra Europa e Russia più che come uno stato unitario padrone del proprio destino politico. Come riassume Maurizio Carta “l’Ucraina è una costruzione statuale incoerente, frutto della somma di eccezionali circostanze storiche (da Yalta al crollo dell’URSS) e pensata-almeno negli attuali confini- non certo per ritrovarsi a svolgere le funzioni di Stato Sovrano”. Su questo Stato diviso e fragile, gli USA e l’UE hanno lanciato una sfida geopolitica ed economica a Mosca. Nulla di più miope dal punto di vista storico e più pericoloso dal punto di vista geopolitico: le conseguenze di questo conflitto rischiano di influenzare profondamente il nostro futuro e di compromettere i rapporti che abbiamo ricostruito con Mosca dopo il 1991.
Il libro procede con brevi capitoli che si susseguono fornendo al lettore informazioni giuridiche, storiche, sociali e culturali con chiarezza e sintesi, dalla forza controllata di Caracciolo alla passionalità di Giulietto Chiesa.
Si scopre allora che coloro che in Ucraina hanno davvero spinto per promuovere il dialogo fra le diverse parti del paese sono stati “sanzionati” dall’Occidente, come fossero pericolosi criminali, come è successo per esempio all’ex primo ministro ucraino Mykola Azarov.
Il saggio di Freccero mostra invece l’ambiguità dei media occidentali nel selezionare le notizie, con l’intento di presentare la Russia come “cattiva” e la protesta come “buona” mentre la verità è un terreno ben più complesso.
Si legge poi con apprensione della forte impronta neo-nazista che ha guidato le proteste di piazza, di cui invece l’Occidente si è subito innamorato, come sottolinea Biloslavo.               E allora viene da chiedersi se sia davvero la pace il fine ultimo dell’intervento dell’ Occidente nelle vicende di Kiev. E ancora, ci si interroga su quale sia il ruolo dell’Ucraina nel progetto euroasiatico di Putin. E non da ultimo ci si domanda se sarà davvero capace Kiev di guidare uno stato così diviso e frammentato verso un modello europeo di democrazia.
Il libro cerca di ripondere a questa ed altre domande e, pagina dopo pagina, si compone un affresco tanto chiaro quanto inaspettato, che conquista anche il lettore più scettico. Attacco all’Ucraina si legge d’un fiato (poco più di 100 pagine) e lascia materiale per riflettere e guardare alla questione con occhi diversi, sicuramente più esperti ed informati.

 

Per la lettura: “Attacco all’Ucraina”, a cura di Sandro Teti e Maurizio Carta, pubblicato da Sandro Teti Editore, p.148 (2015)

Anti government protest in Ukraine

Un manifestante lancia una molotov durante gli scontri a Kiev del Febbraio 2014

L’intervento russo in Siria è costato 480 milioni di dollari. Putin parla dopo il ritiro delle forze russe

L’operazione in Siria è stata finanziata sopratutto dal Ministero della Difesa, Putin ha detto ai militari impegnati nell’operazione.

“L’operazione militare in Siria ha avuto dei costi, sostenuti sopratutto dal Ministero della Difesa, circa 33 milioni di rubli, stanziati nel budget del 2015 per esercitazioni e addestramento. Abbiamo preso quei fondi e li abbiamo usati per finanziare la guerra in Siria” ha detto Putin.

“Nonostante il parziale ritiro delle forze russe dalla Siria, l’equilibrio sarà assicurato, e le forze patriottiche saranno in grado di combattere il terrorismo” ha detto Putin.”Quei soldati russi rimasti in Siria sono sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. Continueremo a fornire assistenza all’esercito siriano e alle autorità che combattono l’ISIS e altri gruppi terroristici come definiti dal consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite” ha detto Putin.

“Che tipo di equilibrio strategico ci sarà in Siria, dopo la riduzione delle truppe siriane? Un equilibrio più che soddisfacente; inoltre, grazie al nostro contributo e al rafforzamento  dell’esercito siriano, sono sicuro che vedremo nuovi successi contro il terrorismo nel prossimo futuro” ha detto il presidente.

Putin ha menzionato duri scontri in atto a Palmira: “spero che questa perla della civilizzazione umana, o ciò che ne resta ancora, venga restituita alla Siria e al mondo intero” ha detto.

“La Russia non aveva intenzione di entrare nella guerra civile siriana. Il futuro politico della Siria non deve essere deciso da altri se non dal popolo siriano. Lo scopo della Russia era di colpire il terrorismo…La lotta contro il terrorismo internazionale è giusta, e una lotta contro i nemici della civilizzazione, contro chi sparge barbarie e violenza cercando di annientare il profondo significato dei valori umanistici e spirituali su cui il mondo è fondato.” Putin ha aggiunto.

Inoltre, Putin ha detto che il ritiro delle truppe dalla Siria era stato concordato in anticipo con il presidente siriano Bashar Al-Assad.

“Vorrei inoltre notare la posizione del Presidente Assad. Noi vediamo il suo controllo, la sua sincera aspirazione alla pace e la sua preparazione al compromesso e al dialogo” ha concluso Putin.

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Fonte: Russia Beyond the Headlines

 

Un’altra volta Mosca piange l’orrore del terrorismo

Il 29 Febbraio scorso una donna di religione musulmana ha terrorizzato i passanti a Mosca mostrando come trofeo la testa tagliata di una bambina di 4 anni, il cui corpo e stato trovato a pochi metri dalla fermata della metro Oktyabrskoye Pole. La donna, che avrebbe gridato “Allah Akbar” e affermato di essere una terrorista, e ora nelle mani della polizia psichiatrica.

Gli abitanti di Mosca hanno coperto la fermata della metro di fiori, peluche e biglietti esprimendo solidarietà alla famiglia della bambina.

Qui alcune foto dalla stampa russa

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Il TTIP è una NATO economica, nient’altro

Chi di voi si perda negli esasperanti dettagli economici e tecnici discussi nel trattato economico fra USA e UE, il così detto Trans Pacific Trade and Investment Partnership (TTIP), non arriverà lontano. Poco hanno bisogno le due economie di unirsi sotto un trattato. I dazi, già molto bassi, consentono un proficuo scambio commerciale, e, ammesso che sia una buona cosa, uniformare i regolamenti sanitari sarebbe davvero una questione da nulla. Per quanto ne possano dire i no-global inoltre, non sono certo le multinazionali che beneficeranno del trattato. Queste ultime, con mezzi e informazioni decuplicati rispetto alle piccole e medie imprese europee ed americane, sanno già come penetrare nei rispettivi mercati, riuscendo, grazie ai loro profitti, a pagare, e, all’occorrenza, riuscendo ad eludere i dazi doganali. Ma, appunto, il fatto che le multinazionali non abbiano bisogno del trattato di cui tanto si parla è un indizio ancora più interessante del fatto che il business non c’entri niente con TTIP.              Il contributo alla crescita europea sarebbe minimo, come dice la stessa Eurostat. Nel migliore dei casi, uno 0,5% di crescita del PIL per l’Italia dopo 3 anni. Nulla che una buona riforma finanziaria, un po’ meno austerità e forti investimenti pubblici non riescano facilmente ad ottenere. Scordatevi quindi di trovare una soluzione economica sul  perche ci si chiuda in stanze recondite per discussioni infinite sugli OGM, lo spessore dei fanali delle auto, l’altezza alla quale montare la cintura di sicurezza nelle auto: la ragione è geopolitica e la chiave di tutto è nella mente coloniale degli Stati Uniti.

 

TTIP

Mettiamoci a guardare le cose dal punto di vista americano. Nulla infastidisce Washington più di un allineamento fra l’UE e la Russia. Quando, dal 2012 in poi, con il terzo mandato di Putin, la Russia, divenuta forte, membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con un solido avanzo commerciale e riserve valutarie di circa 500 miliardi di dollari, ha teso la mano all’Europa offrendole energia a basso costo in cambio di beni lavorati per una crescente classe media sempre più patriottica e benestante, gli Stati Uniti hanno preteso di esercitare lo ius primae noctis sulla politica estera europea, come avviene dal 1945. Ed ecco Maidan, la lotta per la libertà di un popolo che si opprime da solo, dove gli americani hanno dimostrato di non capire niente di geopolitica e di storia. Poi la ripicca per la ovvia e necessaria “annessione” della Crimea: le sanzioni, per dare un bel colpo all’economia russa.

Poi, così si è pensato a Washington, niente più South Stream, il gasdotto che doveva passare per la Turchia e arrivare nel sud Europa portando petrolio: ben venga allora che la Russia e la Turchia litighino fino a livelli pericolosissimi. L’episodio dell’aereo abbattuto? Chi ha davvero vinto è l’America. Come altro isolare la Russia, pensano alla Casa Bianca? Per prima cosa niente soluzione alla crisi in Ucraina, nonostante la lotta comune al nemico del XXI secolo, l’ISIS. Ben venga infatti che il gas russo non transiti verso l’Europa, e per il più lungo tempo possibile: guai a chi propone soluzioni sensate alla crisi nel Donbass! Ora che l’America ha scoperto lo shale oil, ha il diritto di prelazione sul mercato energetico europeo. Per fortuna che il Medio Oriente è in fiamme. L’America, adesso che si può permettere costi bassi di estrazione dello shale oil, non ha più interesse a tenere fuori l’Iran. Aumenti pure la quantità di petrolio sul mercato, con conseguente calo del prezzo: questo, sanno bene a Washington, danneggerà prima di tutti la Russia. In Medio Oriente poi c’è lSIS, che dono provvidenziale! Così l’America lascia la Russia a combattere il terrorismo (quello cattivo) e a sostenere il tiranno (quello cattivo) mentre l’America finanzia il terrorismo (quello buono) e altri tiranni (quelli buoni). Come se non mancasse, l’UE regala 3 miliardi di Euro alla Turchia per gestire il flusso di profughi e non ci costringa a vederci per quello che siamo: razzisti e divisi. Facendo ciò dimentichiamo pero’ che Erdogan è molto più tiranno di Putin, ha chiuso molti più giornali e ha arrestato molti più dissidenti, ammesso che questo sia l’indice di tirannia. Il resto è propaganda: George Soros dichiara che Putin è una minaccia all’esistenza dell’Europa mentre accorati e patetici articoli sulla stampa inglese continuano a parlare degli Stati Baltici come dei condannati a morte: è solo questione di tempo prima che la Russia li inghiotta!

E allora, si firmi questo TTIP, questa NATO economica! Ma non si dica che è per tenere fuori la Russia dalla geopolitica che geograficamente le spetterebbe. Non si dica che è per ridurre la sua quota nel mercato energetico europeo. Altrimenti, se lo si sapesse, forse qualche coraggioso filo-russo in Europa firmerebbe una petizione contro il TTIP. Per quanto possa avere valore l’opinione di chi non si allinea al nuovo Patto Atlantico.

Nel prossimo articolo vi forniremo il link per firmare la petizione contro il TTIP.