Storia

A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione. La Russia di Putin non racconta la Storia, ma il mito del potere infallibile.

Il centenario della Rivoluzione del 1917 è trascorso senza la minima attenzione in Russia mentre nel resto del mondo sono fiorite conferenze, mostre e memoriali di diverso genere.
L’attuale potere russo evidentemente non sa come raccontarla. Evento glorioso o pericoloso, importato dall’Occidente o profondamente russo? E cosa rischia il potere a ricordare un evento che rovesciò il potere?
Ritorna in mente la battuta di un diplomatico cinese che, nel 1989, evitò con arte l’imbarazzo alla domanda su cosa ne pensasse della rivoluzione francese, dopo che il governo di Pechino aveva violentemente represso le proteste di piazza Tiananmen. Rispose: “E’ un evento troppo recente perché io lo possa commentare. Non è ancora diventato storia.”
Ecco. La rivoluzione russa non è ancora diventata storia per la Russia di Putin.
E allora la rivoluzione del 1917 viene taciuta perché troppo recente, mentre da ogni lato si mette in guardia il popolo dall’idea stessa di rivoluzione, un evento non necessario, ma dannoso. “A noi serve un’evoluzione, non una rivoluzione” aveva detto Putin il 27 ottobre 2016 davanti ad una platea di investitori. Rassicurati i ricchi, ora bisogna rassicurare il popolo.
In Russia, come in quasi tutti i Paesi, esistono canali di propaganda. Il più visto dai russi è “Primo Canale”, un misto di propaganda politica e distrazione di massa, che si alternano per ventiquattro ore al giorno.
Ed ecco che con stupore vedo apparire una riproduzione storica della prima grande rivoluzione russa, detta dei “Decabristi”. Correva l’anno 1825. Giovani ufficiali aristocratici, che avevano combattuto contro Napoleone, chiedevano ora una costituzione liberale e maggiori diritti per il popolo. La rivoluzione si concluse con l’impiccagione o l’esilio per i responsabili. Uno degli impiccati, dopo che si era rotta la corda che avrebbe dovuto strozzarlo, esclamò, mentre lo riappendevano: “Maledetto paese! Non si riesce nemmeno a morire».
Colpisce che i responsabili di questa rivoluzione vengono ora presi di mira con un documentario farsa, prodotto da Indigo Studios, mostrato proprio su “Primo Canale”. Storici russi commentano con parole molto forti una ricostruzione degli eventi in costumi d’epoca accompagnati da musica da film dell’orrore. Fra le frasi più interessanti: “I rivoluzionari non erano animati da ideali di libertà e uguaglianza, ma da ambizioni personali e sete di potere», oppure “la rivoluzione serve a fare carriera per che vi partecipa”. La rivoluzione è definita più volte “imbroglio” degli ufficiali, che porta alla giusta punizione.
Ancora una volta, e con formule ormai rodate, il potere viene presentato come garante dell’ordine; i rivoluzionari come ambiziosi carrieristi e ingannatori del popolo.
Mi tornano in mente le parole che Putin utilizza sempre, parlando dei suoi oppositori.
«Cosa vogliono Nemzov, Rizhkov e tutti gli altri che vogliono prendere il mio posto?» ha dichiarato notoriamente Putin, «Denaro e potere, nient’altro. Negli anni ’90 hanno già fatto incetta di miliardi, come quegli altri che ora sono in prigione…e sono sicuro che se non li fermeremo non si limiteranno a qualche miliardo, ma venderanno tutta la Russia»
Putin insomma protegge il popolo dalle avide ambizioni dei carrieristi.
Il problema è che non solo non esiste dibattito pubblico (davvero gli oppositori di Putin sono tutti ladri?), ma l’intera storia della Russia viene presentata come un potere giusto, uno zar buono, che ha dovuto sopportare rivoluzioni ingiuste da parte di carrieristi nell’esercito o nell’intelligenzia. Già nella seconda metà dell’800, prime testimonianze di intellettuali che si avventuravano nella sconfinata terra russa, raccontano di come i contadini, che vivevano in condizioni disumane e venivano continuamente privati del loro raccolto, fossero convinti che lo Zar fosse buono e che fossero i suoi funzionari ad essere dei demoni, e auguravano allo Zar lunga vita, perché potesse avere tempo di combattere contro i suoi corrotti funzionari locali.
E allora come fa impressione notare, nell’ultima conferenza stampa di Putin, nel formato “linea diretta” col popolo, la domanda di un vecchietto dalla sala: ‘Vladimir Vladimirovich, il 90% delle domande di oggi sono di carattere sociale, perché anche i governatori (poteri regionali equivalenti ai presidenti di regione ndr), non si espongono così alle domande? Li obblighi a lavorare, e a non aumentare il Suo di lavoro…”
E così, il popolo russo di oggi, obbligato alla continua propaganda e condannato da una storia di potere presentato come infallibile, crede che tutto il male che c’è in Russia derivi dalla corruzione di funzionari che Putin non può controllare e dalla perniciosa guerra culturale che l’Occidente fa al popolo russo.
Passano i secoli e cambiano i regimi, ma la Russia è sempre simile a se stessa: uno stato gigantesco, troppo grande per essere democratico e troppo autoritario per essere davvero grande. Di che rivoluzioni parliamo allora? Nel 1917 e nel 1991 il potere assoluto ha solo cambiato colore. La vera rivoluzione russa sarebbe un potere debole e una società forte e la stiamo ancora aspettando.
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Un’opera dell’artista Aleksander Kosolapov, attivo sopratutto negli anni 80-90

La lettera di Khomeini a Gorbachev: il vuoto lasciato dall’URSS verrà riempito dall’islamismo radicale

Correva l’anno 1989.  L’Unione Sovietica stava per implodere, dopo che Gorbachev aveva involontariamente ma definitivamente issato bandiera bianca nella lotta ideologica contro l’Occidente capitalista. Il crollo dell’Unione Sovietica avrebbe dato all’Occidente la sicumera di aver trionfato sul mondo, la certezza che lo Spirito della Storia hegeliano avesse finalmente raggiunto il suo apice, rappresentato dalla democrazia liberale e capitalista. Eppure, una lettera dell’Ayatollah Khomeini indirizzata proprio a Gorbachev proponeva una visione diversa che oggi, mentre il mondo occidentale si sfalda di fronte alla minaccia del terrorismo islamico, suona sinistramente premonitrice.

Dopo aver proclamato la sharia come legge fondamentale in Iran, Khomeini presentò al mondo un nuovo baluardo ideologico contro l’Occidente capitalista. A differenza del Comunismo, che si opponeva al capitalismo utilizzandone la terminologia e sopratutto condividendo con esso la laicità, portato principale della modernità europea, l’islamismo si presentava come un nemico su più fronti: quello già noto dell’anti-colonialismo insieme a quello totalmente nuovo del fanatismo religioso contro la laicità, della spiritualità belligerante contro il materialismo. Khomeini quindi fece qualcosa di più radicale della Rivoluzione interna al proprio paese: elaborò anche l’ambizioso disegno di porre l’Islam alla testa di tutti i popoli diseredati della terra, sostituendo in questo ruolo il marxismo-leninismo che stava tramontando.

Abbiamo selezionato alcuni stralci della lettera

Nel Nome di Dio Clemente e Misericordioso

Egregio Signor Gorbaciov, Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, auspico a Lei e al popolo sovietico felicità e prosperità.

          …

Egregio Signor Gorbaciov, bisogna aprire gli occhi alla verità. La difficoltà principale del Suo Paese non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla. Il vostro problema principale è la lunga lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della creazione.

Egregio Signor Gorbaciov, è chiaro a tutti che d’ora in poi bisognerà cercare il comunismo nei musei della storia politica del mondo. Il marxismo, infatti, non rappresenta una risposta a nessunissimo reale bisogno dell’uomo. Si tratta di una dottrina materialistica e col materialismo non si può certo far uscire l’umanità dalla crisi provocata proprio dalla non credenza nello spirito. E’ questo il male principale della società umana, all’Est come all’Ovest.

Egregio Signor Gorbaciov, è possibile che per molti versi Lei, apparentemente, non abbia volte le spalle al marxismo e che ancora, in futuro, nei Suoi discorsi esponga la Sua piena credenza in esso. Ma Lei sa che, in realtà, non è così. Il Capo della Cina ha inferto al comunismo il primo colpo, Lei il secondo e, a quanto pare, l’ultimo. Oggi al mondo non esiste più qualcosa chiamato comunismo. Ma da Lei voglio davvero che nell’abbattere le mura delle illusioni marxiste non vada a cadere nella prigione dell’Occidente e del Grande Satana.

Spero che troverà la vera gloria costituita dall’aver spezzato via dalla storia e dal Suo Paese gli ultimi sedimenti imputriditi creati nel mondo comunista da settant’anni di deviazioni. Oggi ormai anche i governi che si muovono nella vostra stessa direzione, il cui cuore batta e per la patria e per i loro popoli, non sono più disposti a impiegare le ingenti risorse dei loro paesi, i prodotti del sottosuolo per dimostrare i successi del comunismo, le cui ossa si stanno sgretolando con uno scricchiolio che è già giunto alle orecchie dei loro figli.

Signor Gorbaciov, quando dai minareti di alcune vostre repubbliche, dopo settant’anni, si è levato il grido Allah Akbar e la testimonianza di fede nella missione dell’ultimo Profeta (che la pace sia con lui e con i suoi Discendenti), tutti i seguaci del puro Islam mohammadiano hanno pianto di entusiasmo. Per questo ho ritenuto necessario richiamare alla Sua attenzione questo problema, per invitarla a riflettere ancora una volta sulle due visioni del mondo, quella materialistica e quella ispirata alla dottrina dell’unità divina.

…Concludendo, dichiaro chiaramente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema.

Il nostro paese, in ogni caso, come in passato, crede nei rapporti reciproci di buon vicinato e nutre per questo principio il più profondo rispetto. Che la pace sia con chi segue la Guida.

Ruhollah al Musavi Al Khomeini 1° gennaio 1989

La lettura, oggi, delle parole che Khomeini scrisse a Gorbachev colpisce per la freddezza del ragionamento e la dichiarata belligeranza con cui l’Islam radicale si stava annunciando al mondo. Gli attentati che dal 2001 sconvolgono l’Occidente sono la prova di quanto le fondamenta ideologiche di Khomeini siano stato accolto da nuovi attori sempre più numerosi ed organizzati.

Putin ha definito il crollo dell’Unione Sovietica “la più grave catastrofe del XX secolo”, e ha sempre evidenziato la necessità, per Occidente e Russia, di cooperare nella lotta al terrorismo internazionale, forse conscio dell’importanza che il crollo del sistema in cui lui stesso è nato e cresciuto ha avuto nel facilitarne la propagazione. La risposta di Europa e Stati Uniti alla proposta russa è stata di scherno: piuttosto che formare una coalizione congiunta contro l’ISIS, la NATO preferisce schierare delle truppe ai confini con la Russia, mentre a Parigi, e poi Bruxelles, il terrorismo colpisce e uccide. Se l’Occidente non troverà un’intesa con Mosca contro il terrorismo islamico, vera minaccia all’ordine mondiale, dimostrerà di non aver compreso a fondo la lezione della Storia. Aver vinto la Guerra Fredda apparirà allora come una tragica sconfitta.

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Baunov: la Russia è un paese capitalista con umori da paese socialista. Le sanzioni non serviranno a nulla.

 

Riportiamo parte della lunga intervista del giornale online Rosbalt ad Alexander Baunov, ex diplomatico russo ad Atene ed ora capo redattore di carnagie.ru

Rosbalt: Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato qualche mese fa che l’utilizzo di sanzioni economiche per fini geopolitici nuoce alle relazioni diplomatiche. Ma la Russia utilizza essa stessa sanzioni contro altre nazioni, la Turchia per esempio. Non è paradossale tutto ciò ?
Alexander Baunov: Tutto si spiega con il fatto che la Russia si è trovata nella posizione di una superpotenza alla quale una potenza regionale ha lanciato una sfida. La Turchia, oggi, gioca il ruolo che la Russia giocava nel 2014. E il nostro paese si comporta esattamente come la superpotenza a cui noi, nel 2014, lanciammo la sfida: gli Stati Uniti.
Con questo voglio dire che la Russia è circondata dal suo vecchio spazio imperiale, che è una sorta di “piattaforma continentale politica russa”.   La popolazione russa è legata a questo spazio da emozioni comuni, interdipendenza in diversi settori e i nostri leaders hanno dei progetti di sviluppo comune. Ed ecco che i governi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, sono entrati con prepotenza in questo spazio politico russo, passando per l’Ucraina. Questo ha costretto la Russia a rivedere i suoi piani, e abbiamo cominciato a vendicarci degli Stati Uniti come dell’Occidente in generale. Le sanzioni contro la Russia sono una risposta a questa vendetta russa.
Un po’ la stessa cosa è successa in Turchia. La Siria, che confina con la Turchia, faceva parte dell’Impero Ottomano. La sua popolazione ha in parte lo stesso sangue dei turchi. Inoltre, sotto Erdogan, la politica estera turca ha cambiato orientamento e si è diretta verso il mondo arabo, islamico. Ankara ha cercato di avere più influenza su quest’ultimo, di ricreare una specie di mondo post-ottomano.
Ciò detto, i turchi avevano i loro piani su cosa dovesse succedere in Siria. Finche Assad era al potere in maniera solida i turchi si sono sforzati di collaborare con lui. Ma dopo le primavere arabe, la Turchia ha deciso di eliminare Assad e ha investito tutte le sue forze su questo progetto. Ma ecco che una superpotenza, la Russia, ha cambiato tutti i piani turchi per il medio periodo. In questo scenario nessun accordo poteva venir trovato e Ankara si è vendicata per l’intervento russo a sostegno di Assad. La Russia, in risposta, ha adottato sanzioni economiche.
R: Si dice che l’arte della diplomazia consista nel portare gli altri a giocare il nostro gioco secondo le nostre regole…si può sperare che il gioco delle sanzioni possa portare un paese a giocare un gioco che non è vantaggioso per esso?
A.B. : In effetti, ci troviamo ad un bivio tra due valori: da un lato il pragmatismo economico e la ricchezza, dall’altro l’onore e la dignità. Secondo il sistema di valori dentro al quale il mondo russo cresce e si evolve era impossibile non rispondere alla terribile offesa fatta dalle autorità turche.
Allo stesso tempo, chiaramente, abbiamo molto da perdere. Fino a poche settimane fa eravamo alleati della Turchia. Certo, c’erano divisioni su certi punti, ma si riusciva a tenere un’alleanza sostanziale. Ed ecco che ci tocca una nuova guerra economica, e la Russia priva i propri cittadini, per il nuovo anno, di quella che era la loro seconda destinazione turistica preferita.
R: Cioè, la nostra diplomazia preferisce difendere “l’onore e la dignita”  della Russia piuttosto che favorire delle condizioni esteriori favorevoli per la nostra prosperità economica?
 
A.B. Per il momento sì. Ci troviamo di fronte ad un conflitto fra interessi da un lato e reputazione all’altro, sia all’esterno del paese che al suo interno. Noi forse sovrastimiamo la nostra importanza, e questo crea delle tensioni. Ma non dimentichiamoci che l’abbattimento del caccia russo da parte dei turchi costituisce il più classico dei casus belli. Cent’anni fa, sarebbe scoppiata una guerra per questo.
 
R: Vuole dire che le sanzioni non sono ancora sufficienti per difendere l’onore e la dignità dello stato?
 
Ci sono due ragioni per le quali noi non siamo in guerra contro la Turchia. Innanzitutto, parlando in generale, le guerre costano care e portano poco. Allo stesso tempo la dissuasione esercitata dal nucleare fa la sua parte. Ma soprattutto la Turchia e’ membro NATO, e sappiamo bene cosa succederebbe se la Russia abbattesse un caccia turco che sorvola lo spazio siriano…
R: Secondo lei perche le sanzioni sono diventate uno strumento così diffuso oggi?
Il mondo è diventato globale e i paesi sono sempre più connessi. Questa dipendenza può essere usata anche per scopi punitivi. Ma ciò detto le sanzioni non sono affatto un buon strumento, Cuba,Corea del Nord … a poco servono le sanzioni per fare cambiare i regimi. Noi oggi siamo un’economia di mercato capace di adattarsi, compensare le perdite, un’ economia che si piega ma non si rompe. Allo stesso tempo le sanzioni rischiano di ritardare il nostro sviluppo tecnologico. Che piaccia o no, ci sono economie forti e altre deboli e le sanzioni funzionano se sono i forti ad imporle ai deboli.
                                                                    …
Inoltre a differenza dell’Iran, non non possediamo un meccanismo che consente di cambiare l’orientamento del paese a piacere, senza elezioni. Perciò i cambiamenti sono possibili solo se fondamentali alla sopravvivenza del paese, anche all’interno di un sistema imperfetto. Senza parlare del fatto che i sitemi impefetti cambiano velocemente se le condizioni spingono in questa direzione.
Ma la grande maggioranza dei russi ora pensa questo: “cercano di distruggerci, bisogna resistere”. Questo umore combattivo è già molto diffuso e lo sarà sempre di più. Noi abbiamo la fortuna di avere un’economia capitalista attraversata da umori di mobilizzazione tipica dei paesi socialisti. E questo tipo di umore, se non prende la piega eccessiva del Venezuela di Chavez, è un potentissimo antidoto alle sanzioni economiche.
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Il giornalista, ex diplomatico Alexander Baunov

Fonte: http://www.rosbalt.ru/main/2015/12/11/1470355.html